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Le guerre altrui frenano l’economia globale

Fmi avverte: rischio recessione globale, Italia allo 0,5%. No allo stop al Patto di stabilità, linea condivisa anche in Europa.

Le guerre altrui frenano l’economia globale

C’è un conto che non compare nei bollettini militari ma pesa ogni giorno di più: quello economico. E lo stanno pagando famiglie e imprese, ben lontane dai teatri di guerra. Il messaggio che arriva dal Fondo Monetario Internazionale è netto: se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi, il rischio di una recessione globale diventerebbe concreto. Non è allarmismo, ma una traiettoria già visibile nei numeri.

Le previsioni di primavera parlano chiaro: anche nello scenario più favorevole la crescita rallenta e l’inflazione accelera. Ma è nei casi peggiori che si intravede la vera crepa: crescita mondiale fino al 2%, soglia che nella storia recente coincide quasi sempre con una recessione. Come ha sottolineato Pierre-Olivier Gourinchas, ogni giorno che passa aumenta il rischio. E gli ultimi sviluppi, tra tensioni energetiche e rotte bloccate, non aiutano.

L’Europa non è al riparo. Anzi, secondo Christine Lagarde, l’economia dell’eurozona è ormai sospesa tra uno scenario base e uno avverso. Il nodo è sempre lo stesso: l’energia. Se i rincari si trasformano in inflazione strutturale, le banche centrali saranno costrette a intervenire con nuovi rialzi dei tassi, aggravando ulteriormente il quadro.

In questo contesto l’Italia arranca più degli altri: crescita dimezzata allo 0,5% per il 2026 e il 2027, ben sotto la media europea. Un segnale che conferma una fragilità strutturale, amplificata dagli shock esterni.

Eppure, proprio mentre il quadro si complica, arriva un richiamo alla disciplina. Il Fondo invita a non sospendere le regole del Patto di stabilità, posizione condivisa anche dal commissario europeo Valdis Dombrovskis. L’idea è chiara: gli aiuti devono essere mirati e temporanei, senza allargare i deficit in modo indiscriminato.

È una linea rigorosa che rischia di scontrarsi con la realtà politica e sociale. Perché se è vero che la prudenza fiscale è necessaria, è altrettanto vero che il costo di crisi non generate in casa continua a scaricarsi sui cittadini. E più il conflitto si prolunga, più il prezzo — economico e sociale — diventa difficile da sostenere.

 

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