Come si complica il rapporto di Meloni con Trump
La premier non partecipa al tradizionale raduno delle destre americane e poi nega Sigonella ai caccia dell’Us Air Force.
In evidenza
Segnali che il governo ha un problema: i prezzi che aumentano per le guerre e le mattane dell’alleato (non) più amato.
Un conveniente distanziamento. Anche dentro il suo partito, i dirigenti più fidati lo ammettono: “Non possiamo cambiare linea sulle alleanza, ma il problema c’è, a partire dalla benzina”. Giorgia Meloni deve raffreddare l’amicizia con Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti piccona gli alleati e la premier italiana, che a lungo ha rivendicato la special relationship con il presidente, ora teme ricadute pesanti nelle urne, referendum docet. Nessuna rottura, ma il segnale va dato. Anche il no a Sigonella, inquadrato nei trattati, rientra in questa nuova narrazione. Perché, per dirla con Gianfranco Fini, su Trump “l’imbarazzo c’è”.
Difficile dire se la fine di questa legislatura segnerà davvero il tramonto di un’illusione, quello di un’Italia in pole position nei rapporti con Washington. Ma nel cerchio magico di Giorgia Meloni in diversi si stanno ponendo il problema. Con le urne in vista, la fase due del governo batterà sui tasti classici della retorica meloniana: abbandonata la giustizia, bisogna tornare “a dare risultati” su economia e immigrazione. Cavalli di battaglia che, però, rischiano di naufragare sotto i colpi dell’uragano Trump.
Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Meloni ha incassato svariati encomi pubblici. “Un’ottima leader”, è l’ultima cartolina spedita da Trump a Palazzo Chigi. Parole consegnate dallo stesso presidente che ormai ogni giorno bersaglia gli alleati europei, Italia inclusa. Sulla difesa, che ha richiesto a Roma onerosi impegni finanziari dopo trattative concluse nella scorsa estate: “Arriveremo al 5%” di spesa militare sul pil, è la promessa italiana. Sui dazi, che da subito hanno visto contrapposti gli sherpa di Washington e quelli italiani: tariffe a doppia cifra contro quelle “zero” invocate senza successo dalla premier. Sulla Groenlandia, che di fronte alle velleità trumpiane ha portato il governo italiano a riallinearsi ai partner europei. In mezzo diventano sbiadite le foto dei viaggi negli States, compresa la tappa informale a Mar-a-Lago.
Un crinale diventato impervio quando Trump ha iniziato a bombardare l’Iran. Da allora Meloni ha dovuto fare i conti con la prima sconfitta politica vera degli ultimi quattro anni. Mentre uno stratega ascoltatissimo dalle parti della Casa Bianca come Steve Bannon la scaricava bollandola come ormai una “globalista”, alle urne la premier ha compreso di aver pagato anche l’alleanza con Trump.
Dal 28 febbraio sale ogni giorno il costo dell’energia. A poco servono i decreti d’urgenza sulle bollette. Placebo diventano le toppe a suon di milioni sulle accise. Non c’è alcuna intenzione, dalle parti di Palazzo Chigi, di rompere. “Cosa dovremmo fare? Assaltare i McDonald’s?”, ironizzava la premier nei primi giorni di gennaio. Un mantra che vale anche oggi, mentre il bubbone sta scoppiando.
Meloni non è pronta ad abbandonare le vesti di pontiera ma di certo le esibirà di meno: “Il problema c’è ed è comunicativo”, trapela da via della Scrofa, dove riconoscono che se il francese Emmanuel Macron e lo spagnolo Pedro Sanchez sono riusciti a imporsi, a livello pubblico più che concreto, come anti-Trump, Meloni ha giocato sempre un’altra partita. C’è chi si smarca, quindi: “Noi non dobbiamo niente a Trump, Giorgia aveva un buon rapporto anche con Joe Biden, siamo legittimati dal popolo e non dalla Casa Bianca”. Detto questo, “poco cambierà, anche se esiste un tema elettorale: come spieghi alla gente che la benzina ora costa di più? La guerra sta complicando un po’ tutto”, è l’ammissione dei fedelissimi meloniani.
Con questa presa d’atto, è possibile rileggere gli ultimi passi della premier. Non ha partecipato al Cpac, il Conservative Political Action Conference. Nessuno, tra i delegati italiani, immaginava che, alla conferenza politica annuale dei conservatori americani, Meloni fosse in presenza, come nel 2022 a Orlando, in Florida. “Va deciso dopo il referendum”, dicevano a ridosso dell’evento. Poi, però, nulla. Nemmeno un video registrato come l’anno scorso.
“Non va letta in chiave anti-Trump”, dicono i suoi. Peccato che del freddo tra Roma e Washington inizi a spirare. Da ultimo, spicca il caso Sigonella. Venerdì scorso, il capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, su mandato del ministro Guido Crosetto, ha negato l’atterraggio nella base siciliana ai caccia statunitensi. Una notizia uscita sul Corriere, diversi giorni dopo, una decisione che incide parecchio sui rapporti con Washington. Per questo la premier ha presto ribilanciato con un comunicato in cui: “Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione”.
Vero che la linea tenuta dal governo ricalca quella espressa in aula prima da Crosetto e poi dalla premier. Ma il segnale, che ha tappezzato i giornali per tutto il giorno, è stato chiaro: l’Italia sa dire no a Trump. Una rivendicazione pubblica, soprattutto necessaria. Sicuramente comprensibile, secondo Gianfranco Fini. L’ex presidente della Camera e già ministro degli Esteri ammette che con Trump “l’imbarazzo c’è, ma non è solo dell’Italia”. Sulla stessa barca c’è tutta l’Europa, spiega il padre nobile della destra italiana a HuffPost. Che avverte: “Non so se Meloni paghi elettoralmente il rapporto con Trump, ma usare con lui il termine amicizia è di certo impegnativo”.
Altre Notizie della sezione
Nordio, la Resa di Via Arenula
01 Aprile 2026Il J’accuse di Bobbio sulle macerie del Referendum.
La grande illusione delle primarie
31 Marzo 2026Non c’è nulla di più velleitario del dire a sé stessi, apriamo alla “società civile”, se non proprio al mare magnum del corpo elettorale, a chi finora non ci ha dato ascolto…
Primarie o no? Ora il Pd è furioso con gli alleati 5S
30 Marzo 2026Facile a dirsi, ma la conta nei gazebo (ma forse anche online) potrebbe portare più polemiche che benefici, soprattutto per Schlein e i dem, che ora ci ripensano.
