Gratteri minaccia il Foglio: la giustizia scivola nella propaganda
Il procuratore trasforma il referendum in campagna personale e avverte i giornalisti: parole incompatibili con equilibrio e libertà di stampa.
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Il problema non è la battuta. Il problema è quando una battuta arriva da chi esercita il potere più delicato dello Stato. Perché se a dire “dopo il referendum faremo i conti” fosse un politico qualsiasi, sarebbe propaganda. Se a dirlo è il procuratore della Procura più grande d’Europa, diventa qualcos’altro: un cortocircuito istituzionale.
Da settimane Nicola Gratteri ha scelto di trasformare il referendum sulla giustizia in una campagna personale. Conferenze stampa convocate per operazioni anticamorra diventano occasioni per spiegare perché votare No. Interviste piene di allusioni sugli schieramenti del Sì. E adesso anche l’avvertimento ai giornalisti del Foglio: “Speculate pure. Tanto dopo il referendum faremo i conti. Tireremo una rete”.
Ci diranno che era una battuta. Che si rideva. Che il tono era scherzoso. Può darsi. Ma il punto non è l’ironia: il punto è il ruolo. Un magistrato non è un tribuno politico, non è un influencer del referendum, non è un protagonista della contesa pubblica. Un magistrato è un arbitro. E quando l’arbitro scende in campo e comincia a parlare come uno dei contendenti, la partita perde credibilità.
Il paradosso è che proprio chi dice di difendere la giustizia efficiente finisce per indebolire la fiducia nella giustizia imparziale. Perché le parole contano. E se un procuratore parla di “tirare una rete” contro un giornale che lo critica, il messaggio che arriva non è ironico: è intimidatorio.
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