L'Ordine si schieri, non giri la testa dall'altra parte
A Torino la separazione delle carriere scuote gli avvocati.
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L’avvocato Maurizio Basile, vicepresidente della Camera penale e coordinatore regionale del Comitato per il sì: «La sfida referendaria riguarda la qualità del processo e noi avvocati siamo garanti del giusto processo»
È tempo di chiamata alle urne — le armi, in democrazia — per il fronte del sì al referendum sulla giustizia, ovvero per la separazione delle carriere: à la guerre comme à la guerre, sostiene più di qualche avvocato, soprattutto perché, «dall’altra parte», ormai «non c’è più esclusione di colpi», dialettici s’intende. Si schierino tutti dunque, è l’appello, compresi gli Ordini: «La sfida referendaria riguarda la qualità del processo — dice l’avvocato Maurizio Basile, vice-presidente della Camera penale e coordinatore regionale del Comitato per il sì — e noi avvocati siamo garanti del giusto processo. L’Organismo congressuale forense, che esprime la rappresentanza politica dell’avvocatura, ha accolto con favore la riforma. I consigli dell’Ordine e i singoli consiglieri non possono continuare a girare la testa da un’altra parte».
Sotto la Mole, la risposta dell’Ordine presieduto dall’avvocato Simona Grabbi dovrebbe arrivare lunedì, quando verrà discusso l’argomento, già appuntato all’ordine del giorno nell’ultima riunione. Quando il dibattito fu rinviato per la mancanza di qualche consigliere. Va da sé, l’argomento è importante e delicato, pure perché all’interno del consiglio — com’è naturale — convivono diverse opinioni e sensibilità. Del resto, per mesi, il pensiero — condiviso dal Consiglio nazionale forense — era che gli Ordini avrebbero dovuto mantenere una sorta di neutralità istituzionale. Dopodiché, il clima s’è presto surriscaldato.
E ieri, sulla pagine de Il Dubbio, ha dato la sveglia l’avvocato Daniele Caprara, penalista e presidente dell’Ordine di La Spezia. Bastava il titolo: «Il dovere dei consigli dell’Ordine di battersi per sostenere il sì al referendum». Motivo: «Le dinamiche del confronto sui temi proposti dal referendum hanno registrato, con l’inaugurazione dell’anno giudiziario, un cambio di passo, coinvolgendo indebitamente le istituzioni nella polemica, conferendole un tono ingravescente, lontano dall’equilibrio richiesto a chi riveste incarichi istituzionali». Insomma, c’è stato «un sovvertimento delle regole d’ingaggio che avrebbero dovuto governare un confronto corretto» che — si deduce — richiede un conseguente cambio di rotta: «I consigli degli Ordini non possono più conservare posizioni aventiniane, in nome di un equilibrio ormai ampiamente abbandonato da molte figure, istituzionali e non, che hanno rinunciato alla lettura tecnica delle norme per accedere ad assiomi e mistificazioni ideologiche». Una riflessione che abbraccia la storia delle Camere penali: «La separazione delle carriere è questione tecnica — scrive Caprara — e sfugge a logiche di appartenenza: si ispira a principi di civiltà giuridica ed è da molto tempo una realtà nella quasi totalità delle democrazie liberali europee».
A fine gennaio, tutti i componenti del Consiglio nazionale forense avevano manifestato la volontà di aderire al Comitato Camere penali per il sì, un’iniziativa accolta «con particolare soddisfazione» dagli organizzatori della campagna referendaria. Scontro c’era stato invece a Cagliari, dopo che il presidente dell’Ordine, l’avvocato Matteo Pinna, aveva chiesto al presidente della corte d’Appello di revocare la concessione dell’aula magna a un’iniziativa dell’Anm, per il no. Facendo infuriare il numero uno del tribunale e il Procuratore generale. A Milano, il collega Antonino La Lumia, numero uno dell’Ordine, aveva fatto prima: costituendo un Comitato per il sì con «l’obiettivo di fornire informazioni corrette, complete e non ideologiche sulla riforma della giustizia». Anche questo è schierarsi.
di Massimiliano Nerozzi Corriere di Torino
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