La Chiesa si è attivata in maniera evidente per la campagna del “no” al referendum
Organizzati eventi in tutto il paese, con eventi in diocesi e oratori in tutto il paese.
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Il 22 e 23 marzo si voterà per il referendum sulla giustizia. E, a sentire una parte consistente del mondo cattolico organizzato, bisognerebbe votare No. Non per cavilli tecnici, non per il “sorteggione” del Csm o per le sottili dispute tra costituzionalisti, ma per qualcosa di più alto: la difesa dell’equilibrio dei poteri, la tutela dell’autonomia dei giudici, perfino – evocazione suggestiva – in nome dell’insegnamento di Leone XIII e di san Giovanni XXIII.
Il nome di Leone XIII viene scomodato per richiamare la Rerum novarum, l’enciclica che avrebbe già fissato il principio della giusta divisione dei poteri. E quello di Giovanni XXIII, Papa buono e oggi tornato di moda, come garante di un’idea di Stato equilibrato, rispettoso delle istituzioni e delle loro reciproche autonomie. Il messaggio che passa, negli incontri organizzati in diocesi, oratori e saloni parrocchiali, è chiaro: votare No significa custodire un’eredità morale prima ancora che costituzionale.
In Puglia, nelle diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, Molfetta e Andria, si susseguono appuntamenti molto partecipati. Relatori provenienti dall’area dell’associazionismo cattolico e della magistratura spiegano a un pubblico attento – fogli e penne alla mano – perché la riforma rappresenterebbe un rischio per l’equilibrio tra i poteri dello Stato. L’Unione dei giuristi cattolici italiani viene descritta come una sorta di “centrale operativa” del No, capace di mobilitare competenze tecniche e linguaggio ecclesiale in un’unica narrazione: difendere l’autonomia della magistratura è un dovere civile e, in qualche modo, anche morale.
Ma il fenomeno non è circoscritto al Sud. In Veneto, l’Anpi organizza incontri di approfondimento ospitati in spazi che ruotano attorno al mondo ecclesiale. In Sicilia, nella chiesa dell’Immacolata a San Gregorio di Catania, si tengono “dialoghi” sulla riforma Nordio con relatori schierati per il No. A Roma, nei pontifici oratori, viene annunciato un momento di confronto con la presenza di Gherardo Colombo, simbolicamente percepito come voce autorevole del fronte contrario alla riforma. Formalmente si parla di confronto, ma l’impressione di molti è che l’orientamento sia già definito.
Nel frattempo, un evento dal titolo eloquente – “Preferirei di no!” – si prepara al cinema Aquila, con un panel che include personalità come monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei, accanto a esponenti della magistratura associata e del mondo culturale progressista. Anche qui, il confine tra riflessione culturale e indirizzo politico appare sottile.
A complicare ulteriormente il quadro sono state le parole del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. Nella prolusione al Consiglio permanente, Zuppi ha richiamato l’importanza dell’equilibrio tra i poteri dello Stato e la necessità di preservare autonomia e indipendenza per garantire un giusto processo. Ha invitato tutti a partecipare al voto in modo consapevole, senza lasciarsi irretire da logiche parziali. Un invito generico, nelle intenzioni ufficiali. Ma per molti osservatori – e per alcuni sacerdoti come don Alberto Carrara – un suggerimento implicito verso il No.
La Cei ha smentito di aver dato indicazioni di voto, ribadendo di aver semplicemente esortato i fedeli a informarsi e a partecipare. Eppure il clima resta ambiguo. Non c’è una dichiarazione esplicita, ma c’è un’attività diffusa nelle diocesi; non c’è una linea ufficiale, ma esiste una sensibilità prevalente che sembra orientarsi in una direzione precisa.
In questo scenario, spicca la posizione della Compagnia delle Opere, che si è espressa nettamente per il Sì. Pur riconoscendo i limiti della riforma, l’associazione invita a considerarla un primo passo verso un sistema giudiziario più equilibrato, rifiutando l’idea che la ricerca del modello perfetto diventi alibi per l’immobilismo. Tra status quo e cambiamento imperfetto, la scelta del Sì viene presentata come la più responsabile.
Il risultato è un panorama frammentato. I vescovi, per lo più, tacciono. Non è più il tempo delle prese di posizione compatte come in altre stagioni referendarie. Si lascia spazio alle realtà locali, che però – almeno in molti casi – si mostrano molto attive nel promuovere iniziative orientate verso il No.
Così il referendum sulla giustizia diventa anche un banco di prova del rapporto tra fede e politica, tra magistero e libertà di coscienza. I “principi di massima” indicati dai pastori devono tradursi in “indicazioni di minima” per l’elettore, ma il passaggio non è mai neutro. Se si insiste sull’equilibrio dei poteri e sulla difesa dell’autonomia dei giudici, è inevitabile che molti deducano una conseguenza pratica.
Alla fine, però, resta una responsabilità personale. Al di là dei richiami a Leone XIII o a Giovanni XXIII, al di là delle suggestioni e dei titoli dei giornali, il voto resta un atto di coscienza. Informarsi, valutare, decidere: senza trasformare l’urna in un altare né il dissenso in eresia civile.
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