Albanese dimentica la sceneggiata contro Liliana Segre e chiede le scuse alla Francia
La relatrice Onu respinge accuse, ma retorica e toni alimentano tensioni diplomatiche, oscurando responsabilità e complessità del conflitto mediorientale attuale.
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Un funzionario delle Nazioni Unite dovrebbe rappresentare equilibrio, prudenza e capacità di distinguere tra denuncia politica e narrazione ideologica. L’intervento di Francesca Albanese, invece, sembra andare nella direzione opposta, contribuendo ad avvelenare ulteriormente un confronto già esasperato e fragile.
Le sue parole, pur accompagnate da tentativi di chiarimento, risultano intrise di una retorica che rischia di trasformare una tragedia geopolitica in uno scontro semplificato tra buoni e cattivi. Attribuire la responsabilità del conflitto a un presunto “sistema globale” che finanzierebbe e giustificherebbe violenze significa spostare il dibattito su un terreno scivoloso, dove le responsabilità concrete si dissolvono dentro accuse generalizzate e difficili da verificare.
Ancora più problematico è il ricorso alla teoria del video manipolato e alla denuncia di complotti mediatici e politici. Chi ricopre un ruolo internazionale dovrebbe contribuire a ricostruire fiducia nelle istituzioni e nell’informazione, non alimentare il sospetto permanente verso ogni forma di critica. Il rischio è quello di delegittimare qualunque dissenso, riducendolo a macchinazione ostile.
Le parole di Albanese non solo espongono l’Onu a tensioni diplomatiche con Paesi partner, ma rischiano di indebolire l’autorevolezza stessa dell’organizzazione in un momento storico in cui la credibilità multilaterale è già fortemente compromessa. Un incarico così delicato richiede misura, linguaggio calibrato e rispetto della complessità storica e politica del Medio Oriente.
Difendere i diritti umani è doveroso. Farlo con toni divisivi e con ricostruzioni che appaiono parziali, però, rischia di trasformare la denuncia in propaganda. E quando la propaganda prende il posto dell’analisi, a perdere non è solo il dibattito pubblico, ma la stessa causa dei diritti che si vorrebbe tutelare.
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