Anno: XXVIII - Numero 31    
Giovedì 12 Febbraio 2026 ore 13:30
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Separazione carriere, l’allarme di Gratteri sui ricchi è propaganda infondata e strumentale

Le accuse sulla presunta giustizia per potenti ignorano Costituzione, obbligatorietà dell’azione penale e reali garanzie processuali previste dall’ordinamento vigente italiano.

Separazione carriere, l’allarme di Gratteri sui ricchi è propaganda infondata e strumentale

Ancora una volta il dibattito sulla riforma della giustizia scivola nel terreno degli slogan, sacrificando la verità giuridica sull’altare della polemica politica. Sostenere che con il “Sì” la giustizia diventerebbe un privilegio per ricchi e potenti non è solo un’esagerazione: è una distorsione grave e fuorviante della realtà normativa.

Le parole attribuite al procuratore Nicola Gratteri colpiscono proprio perché provengono da una figura che gode di ampia credibilità nella lotta alla criminalità organizzata. Proprio per questo risultano ancora più sorprendenti. La separazione delle carriere non cancella, né potrebbe cancellare, i pilastri costituzionali del sistema penale italiano. L’obbligatorietà dell’azione penale resta un principio intoccabile, scolpito nell’articolo 112 della Costituzione. Nessuna riforma in discussione prevede di modificarlo.

L’idea che il pubblico ministero possa trasformarsi in un semplice “avvocato dell’accusa” appare più uno slogan suggestivo che un’analisi giuridica fondata. Il ruolo del pm rimane incardinato nell’obbligo di ricerca della verità, che include anche gli elementi favorevoli all’indagato. È ciò che stabilisce il codice di procedura penale, ed è una garanzia che non viene minimamente scalfita dalla separazione delle carriere.

Il vero nodo, semmai, riguarda la coerenza del sistema e la chiarezza dei ruoli. In numerosi ordinamenti democratici la distinzione tra chi accusa e chi giudica è considerata una tutela ulteriore per l’imputato, non certo un indebolimento delle sue difese. Alimentare paure su una presunta deriva classista della giustizia rischia soltanto di confondere l’opinione pubblica e impoverire il confronto.

La denuncia del presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco coglie un punto essenziale: prima di evocare scenari allarmistici, sarebbe opportuno interrogarsi sull’applicazione concreta delle norme già vigenti. Quanti pubblici ministeri, nella pratica quotidiana, cercano davvero elementi a favore dell’indagato? È una domanda scomoda, ma profondamente legittima.

Trasformare una riforma tecnica in una battaglia ideologica significa allontanarsi dal merito e, soprattutto, disorientare i cittadini. La giustizia italiana ha bisogno di rigore, non di narrazioni emotive. E il rispetto della verità giuridica dovrebbe restare il primo dovere di chiunque partecipi al dibattito pubblico.

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