La tregua Olimpica è morta
L'edizione di Milano-Cortina testimonia l'impotenza di un ideale antico contro le guerre del mondo contemporaneo.
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Mentre gli atleti olimpici gareggiano sullo sfondo di un contesto politico segnato da censure preventive – come il divieto per gli atleti Ucraini di indossare caschi covn i volti degli atleti caduti in guerra -qualcuno continua a celebrare un fantomatico “spirito olimpico”, caratterizzato da unità, concordia, gioia e finanche pace. Emblema di ciò è l’ideale della tregua olimpica, ciclicamente evocata, ma – negli ultimi anni – mai realmente materializzatasi.
La storia della tregua olimpica affonda le radici nella Grecia del 776 a.C., quando il re Ifito di Elide, insieme ai sovrani Licurgo di Sparta e Cleostene di Pisa, siglavano un patto sacro noto come ekecheiria.
Nel 1994, le Nazioni Unite hanno rivitalizzato formalmente l’idea della tregua olimpica, trasformandola in una risoluzione da rinnovare su base annuale. Non è prevista nessuna sanzione, nessuna conseguenza reale per gli Stati inadempienti, e dunque rimane una “gentile raccomandazione”. Lo dimostra chiaramente la serie storica delle votazioni. Secondo i dati ufficiali del Comitato Olimpico Internazionale, durante le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, solo 165 paesi su 193 hanno votato a favore della risoluzione per la tregua. A Parigi 2024, erano stati 77 su 193. A Beijing 2022, 173 su 193. A Tokyo 2020 si raggiunge il culmine di 186 voti favorevoli. Ma, nonostante ciò, quando Tokyo ospitò i Giochi nel 2021 (rinviati a causa della pandemia), il mondo non era affatto in pace. La giunta militare in Myanmar aveva scatenato il caos pochi mesi prima, nel febbraio 2021, rovesciando il governo civile di Aung San Suu Kyi. Un nuotatore della nazionale birmana, Yu Mon Maung, abbandonò il suo sogno olimpico, rifiutando di rappresentare il suo paese: “Accettare il Myanmar Olympic Committee è riconoscere la legittimità di un regime assassino”, scrisse sui social.
Tra più di 50 conflitti attivi documentati da ACLED, la violazione più clamorosa avvenne però a Beijing 2022. Il 24 febbraio 2022 la Russia iniziò l’invasione dell’Ucraina. Il Comitato Olimpico Internazionale fu costretto a pubblicare un comunicato di “forte condanna” per la violazione della Tregua Olimpica da parte della Russia. Il segnale era chiaro: la tregua è pura retorica. Eppure, poco si disse sulla massiccia repressione contro i musulmani Uyghur, sistematicamente perseguitati durante i Giochi stessi da parte del governo cinese ospitante. Il World Uyghur Congress aveva presentato reclami formali al Comitato Olimpico mesi prima, denunciando crimini contro l’umanità e genocidio.
Se Beijing ha rappresentato l’ipocrisia, Parigi 2024 ha segnato il suo perfezionamento artistico: durante i Giochi nell’estate del 2024, due guerre erano al centro dei riflettori dei mass media: il conflitto Russia-Ucraina, che continuava da anni, e la guerra tra Israele e Hamas a Gaza, iniziata nell’ottobre 2023. La risposta del Comitato Olimpico Internazionale? Una condanna esplicita della Russia, con la conferma dell’esclusione dei suoi atleti (che poterono competere come “neutrali”), mentre totale silenzio a proposito di Israele, che continuò a bombardare Gaza durante i Giochi olimpici. La tregua olimpica, quella che dovrebbe riunire l’umanità, è così diventata uno strumento per punire selettivamente i nemici geopolitici dell’Occidente, mentre i suoi alleati restavano impuniti.
Oggi, nel febbraio 2026, mentre gli atleti si riuniscono nelle Alpi italiane, il mondo continua a bruciare. L’Ucraina è ancora in guerra. Gaza rimane devastata. Nuovi conflitti sono scoppiati in altre regioni del pianeta. Ma a chi importa? La Carta Olimpica invoca la necessità di “promuovere una società pacifica consapevole della preservazione della dignità umana”, ma il nostro mondo è tutt’altro che pacifico.
La guerra è un tratto fondamentale delle relazioni umane nel nostro sistema internazionale frammentato. La tregua olimpica non è fallita. Più semplicemente, non ha mai avuto alcuna reale opportunità di essere praticata nel contesto geopolitico del nostro mondo moderno. Nella Grecia antica, era un’eccezione in un sistema frammentato di città-stato, ognuna con interessi limitati e confini circoscritti. Oggi, in un mondo di potenze nucleari con interessi globali che si intrecciano, la tregua è una fantasia dal retrogusto sentimentale.
Il Comitato Olimpico Internazionale potrebbe trasformare questa finzione in realtà. Potrebbe escludere le nazioni belligeranti dai Giochi. Potrebbe istituire conseguenze reali—esclusione dalle competizioni, revoca delle sedi—per chi viola la tregua. Ma non lo farà. Perché significherebbe sfidare i poteri dominanti che finanziano il movimento olimpico.
Nel 2020, 2022, 2024 e ora 2026, le Olimpiadi sono state vendute come momenti di unità globale, ma divisioni geopolitiche e proteste interne ne hanno smascherato l’ipocrisia. Ma quello che gli stadi olimpici non riescono a nascondere è la realtà oltre i loro muri: il conflitto. Un conflitto che non si ferma per nessuno, nemmeno per la tradizione più romantica dello sport umano. Per di più, i 10 feriti degli scontri milanesi e la censura preventiva a Ghali rivelano che le Olimpiadi sono divenute ultimamente catalizzatori di conflitti interni. Ammettiamolo: l’ideale della tregua olimpica è un mito ipocrita.
di Valerio della Sala, Università di Torino su Huffpost
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