Anno: XXVIII - Numero 28    
Lunedì 9 Febbraio 2026 ore 13:30
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Schlein contro i riformisti, il Pd scopre la sua frattura

Direzione a porte chiuse, come ai tempi di Bo,tteghe Oscure voto schiacciante e parole durissime: pluralismo, linea politica e alleanze spaccano il Partito democratico come mai prima.

Schlein contro i riformisti, il Pd scopre la sua frattura

La linea del Pd è una. E va rispettata. Elly Schlein la pronuncia senza alzare la voce, con toni pacati, quasi didattici, ma il messaggio arriva forte e chiaro. Nella direzione nazionale del Partito democratico, riunita rigorosamente senza streaming, la segretaria e la minoranza riformista si parlano finalmente senza infingimenti, mettendo sul tavolo una frattura che da mesi serpeggia sotto traccia e che ora emerge in tutta la sua profondità politica e culturale. Non è ancora lo scontro finale, ma è qualcosa di molto simile a un regolamento di conti preliminare.

I numeri raccontano una storia netta: 162 voti a favore della relazione della segretaria, 11 astenuti ufficiali — che i riformisti rivendicano come almeno una ventina — e una maggioranza che si conferma larghissima. Ma ridurre tutto a una conta sarebbe fuorviante. Perché il vero dato politico è un altro: per la prima volta, dopo mesi di malumori, accuse sussurrate e polemiche esterne, la minoranza riformista prende la parola in modo coordinato e diretto, rivendicando dignità, storia e diritto di cittadinanza pieno dentro il partito.

È Schlein ad aprire il confronto, al termine di una relazione che ribadisce due punti chiave della sua segreteria: il sostegno del Pd al No al referendum e l’avvio di una campagna d’ascolto che culminerà il 6 marzo a Roma, con un grande evento nazionale. Poi arriva il passaggio più delicato, quello destinato a far scattare la reazione dei riformisti. «La presenza di una minoranza o di più minoranze è un valore e noi lo difendiamo — dice la segretaria — ma la linea politica è una sola ed è sbagliato dare all’esterno l’idea che il Pd abbia linee diverse». È una frase che suona come una sintesi, ma anche come un confine. O forse come un avvertimento.

La replica della minoranza non si fa attendere. Simona Malpezzi rompe il ghiaccio con un intervento che è insieme rispettoso e fermo. «Segretaria, condivido che ci debba essere una linea — afferma — ma va costruita insieme, perché chi fa parte della minoranza rappresenta una delle culture fondative di questo partito, che ha lo stesso diritto di cittadinanza». È il cuore della questione: non la legittimità della leadership, ma il metodo e la natura stessa del pluralismo interno.

Subito dopo prende la parola Piero Fassino, che porta il dibattito su un terreno simbolico e identitario, attaccando duramente il manifesto dei Giovani democratici di Bergamo con lo slogan «meglio un maiale che un sionista». «È un’infamia — tuona — che non può essere tollerata». Un’accusa pesante, che chiama in causa la linea culturale del partito. Schlein prende le distanze senza esitazioni: definisce quel manifesto «inaccettabile», ricorda che è stato rimosso e che sono arrivate le scuse. Ma il danno politico, per i riformisti, resta.

Non è l’unico fronte della comunicazione dem a creare irritazione. Nel mirino finiscono anche i manifesti che, nella campagna sul referendum, equiparano chi voterà Sì agli esponenti di CasaPound. «Una campagna sbagliata», la definisce Malpezzi. Sandra Zampa è ancora più esplicita: «Pretendo di stare in un partito che non equipara CasaPound a quelli che a sinistra voteranno Sì». È un’accusa che tocca il nervo scoperto del rapporto tra radicalità del linguaggio e credibilità di governo.

L’intervento più atteso è quello di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che viene accolta da un applauso lungo e convinto. Picierno non usa giri di parole. «Ho sentito anche oggi parole confuse, sbagliate», esordisce. Poi affonda: «Il pluralismo non è una concessione». È una frase che riecheggia come un manifesto politico alternativo. E subito dopo arriva il monito più duro: il Pd ha già vissuto una frattura profonda nel 2016, quando Bersani e altri lasciarono il partito, e «oggi vedo spirali di radicalizzazione ancora più profonde». Non è solo un avvertimento storico, ma un parallelo che pesa come un macigno.

Picierno incalza ancora, spostando il discorso sulla politica estera. «In quattro anni di invasione russa non sei mai andata a Kiev — accusa rivolgendosi a Schlein — che è il simbolo della difesa della democrazia liberale». È una critica che va oltre il gesto simbolico, e che mette in discussione l’identità internazionale del Pd sotto la nuova leadership.

Anche Giorgio Gori interviene senza sconti. Il suo è un ragionamento da amministratore e da riformista classico. «Per essere credibili come forza di governo bisogna assumere la realtà come base dell’azione politica — sostiene —. Se l’idea è quella di contrastare i populisti con promesse che non potremo mai mantenere subito, questo non ci renderà più credibili». È una critica diretta a una linea percepita come troppo radicale e poco pragmatica.

L’ultimo intervento chiave è quello di Lorenzo Guerini, che porta il confronto sul terreno delle alleanze. «Io sono rispettoso dei tempi di tutti — premette — ma non è che ci possiamo far portare in giro, farci menare per il naso da Conte». Il riferimento al leader del Movimento 5 Stelle è esplicito. Guerini avverte: se il Pd arriva troppo a ridosso delle elezioni senza un confronto serio sul programma, rischia di sacrificare le proprie ragioni politiche sull’altare dell’alleanza. «È un errore e un rischio che non possiamo correre».

Quattro ore di dibattito, a porte chiuse, senza la mediazione rassicurante dello streaming. Una scelta che dice molto del clima e della volontà di parlarsi senza filtri. Alla fine, la direzione conferma la forza numerica e politica di Schlein, e certifica al tempo stesso l’isolamento crescente della minoranza riformista, ormai ridotta a una pattuglia che qualcuno definisce, non senza crudezza, una “riserva indiana”. Eppure, i riformisti portano a casa una vittoria simbolica: aver ottenuto uno spazio vero per il dissenso, costringendo la segretaria e la maggioranza a confrontarsi apertamente.

Ma la partita è tutt’altro che chiusa. Nel dibattito finale, Picierno torna a colpire, evocando un tema che va oltre le dinamiche interne: «I fondatori del Pd, da Prodi a Veltroni, non si riconoscono più nel partito». È un’accusa che chiama in causa l’anima stessa del progetto democratico. All’esterno, è lei l’unica a spingersi fino a evocare apertamente l’uscita. «Cercheremo di capire se ci sono ancora le condizioni perché questa sia la casa di tutti».

È una frase che pesa come un macigno sul futuro del Pd. Perché se è vero che la linea, oggi, è una sola, è altrettanto vero che il partito appare attraversato da una tensione profonda tra identità, cultura di governo e strategia politica. Il chiarimento definitivo è ancora di là da venire. Ma dopo questa direzione, nessuno può più fingere che il problema non esista.

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