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La sinistra ha un problema storico, strutturale, profondo con l’Occidente

Giovanni Orsina, editorialista e storico riprende le analisi di Ezio Mauro (“il futuro della sinistra si legge a Kiev e Teheran”): “Storicamente ha incarnato i valori occidentali per rivolgerli contro l’Occidente.

La sinistra ha un problema storico, strutturale, profondo con l’Occidente

Chi si ingaggia per Teheran e non per Minneapolis è strabico. Ma chi si ingaggia per Minneapolis e non per Teheran è cieco”

Giovanni Orsina, storico ed editorialista della Stampa, è a capo del Dipartimento Scienze politiche della Luiss di Roma. Nelle sue analisi tratta soprattutto l’evoluzione del liberalismo e la nascita del populismo.

Professore, stavolta parliamo di sinistra. Secondo Ezio Mauro oggi le città simboliche e “sacre” con i cui accadimenti la sinistra deve misurarsi sono Kiev e Teheran. Per Luciano Canfora, invece, sono Gaza e Minneapolis. Chi ha ragione e cosa le dice questa divaricazione?

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La sinistra ha un problema storico, strutturale, profondo, sistemico. Insomma serio e vero, con l’Occidente. Da sempre. Il più grande e ambizioso fenomeno che la sinistra abbia prodotto negli ultimi duecento anni del resto è il comunismo, che ha incarnato i valori rivoluzionari occidentali ma li ha volti contro l’Occidente.

Valori occidentali non sono anche proprietà privata, libero mercato, merito, insomma gli elementi del capitalismo al netto delle storture?

Pensavo soprattutto alla tradizione rivoluzionaria: libertà, uguaglianza, fraternità. Il comunismo è un’eresia della Rivoluzione francese, nel senso che nasce da lì. Quella tradizione è strettamente intrecciata con la storia dell’Occidente e della sua modernità. “Se potessimo formulare una definizione semplice della civiltà occidentale dovremmo costruirla intorno alla centralità del pensiero millenarista”, ha scritto John Gray. Una parte almeno della sinistra nasce da lì, senza alcun dubbio la parte comunista. Il che vuol dire che nasce dalla modernità occidentale ma ne diventa al contempo il principale fattore critico perché quella modernità non sarà mai abbastanza rivoluzionaria, resterà sempre un passo indietro rispetto all’utopia sognata.

Anti-occidentalismo per frustrazione? Fallo di reazione?

Più o meno. Prendo il millenarismo occidentale e lo utilizzo per picchiare in testa a un Occidente che non è all’altezza delle sue promesse. O se preferisce è la ragione illuminista che divora sé stessa, che attacca criticamente le proprie stesse radici.

Questo vale per tutta la sinistra? Ezio Mauro, nella sua riflessione parecchio severa, parlava però di silenzi e distinguo in frange minoritarie riferibili ai Cinquestelle e a un pezzo del Pd.

È evidente che non si tratta di tutta la sinistra bensì della sua anima radicale, che in nome della lotta senza quartiere contro l’esistente rifiuta l’approccio riformista abbracciato invece da un altro grandissimo troncone della sinistra. Da storico però ritengo che il discorso di Mauro sia stato un po’ reticente. Un pezzo dei Cinquestelle e un pezzetto del Pd? Insomma: un certo radicalismo rappresenta una parte importante di quella storia. Il Pci è stato il partito comunista più forte al di qua della Cortina di Ferro. Certo, è stata una creatura complessa e variegata, ma al suo interno ospitava molto di fieramente anticapitalista, antiamericano, antioccidentale. Dico questo per spiegare che parliamo di un atteggiamento che viene da lontano e non nasce oggi.

Una domanda molto attuale riguarda il perché non ci si mobiliti con commozione a sostegno dei giovani iraniani. Paolo Pombeni afferma che la sinistra fatica a collocare questo evento nella “storia universale di oppressione: hanno ragione a ribellarsi ma il nostro aiuto non è necessario”. Alla luce di quello che ha detto, ritiene che la paura di mostrarsi in sintonia con Donald Trump sia una spiegazione sufficiente?

Alla base temo che ci sia proprio quello. E nemmeno tanto Trump, proprio gli Stati Uniti. Gli ayatollah sono nemici del mio nemico, quindi non li considero amici ma nemmeno salto loro alla giugulare. C’è imbarazzo. In una chiave più ampia la contraddizione dipende dal discorso già fatto: coloro che appartengono al blocco della sinistra radicale se la prendono con gli Usa in quanto traditori dei valori rivoluzionari. Per combattere gli Usa, si appoggiano a tutti i centri di potere alternativo e di opposizione possano trovare, e non si preoccupano se questi centri sono ancora meno compatibili con quei valori. In sintesi, ieri davano battaglia sul Vietnam ma non sull’Afghanistan, oggi si indignano per i due morti a Minneapolis e non per i 30mila a Teheran. È la contraddizione in cui a sinistra – in una certa sinistra – si cade da sempre e non trovo altra spiegazione alla freddezza sulle proteste iraniane.

Su Minneapolis torneremo. Sull’Iran, se lei avesse ragione significherebbe che il pensiero critico è stato esautorato.

Chi vuole cambiare radicalmente l’esistente non ha pensiero critico. È un militante, è totus politicus. C’è ampia letteratura sul tema. Valori come laicità, equilibrio, verità, non hanno importanza. C’è un sistema di potere che dev’essere rovesciato. Punto.

Allora, ha ragione Aldo Schiavone nel sostenere che alla base delle proteste per Gaza, che la sinistra fatica a intercettare e ancor meno a indirizzare, c’è la critica al turbo-capitalismo?

C’è sicuramente questo elemento. C’è la ribellione contro l’ordine esistente. Un rifiuto che è anche pre-politico, emotivo. E c’è la scelta di opporvisi a ogni costo, anche a costo di sopportare la teocrazia iraniana.

A sinistra si fatica ad ammettere che la guerra di Vladimir Putin all’Ucraina sia imperialismo. A destra però si fa altrettanta fatica a considerare imperialismo la dottrina di Trump che preleva Maduro nella sua stanza da letto e vuole annettersi la Groenlandia?

A destra ci sono considerazioni di opportunità politica, se si vuole anche di opportunismo. Ma l’imbarazzo è sempre più palpabile. Se invece parliamo di repressione interna, casomai il tema a destra sarebbero gli avvenimenti di Minneapolis, così come a sinistra gli eventi iraniani. I primi però – di nuovo – non sono certamente paragonabili ai secondi.

Certamente non sono paragonabili, né per numeri di vittime né per contesto politico-democratico. Tuttavia su Repubblica la storica Anne Applebaum, dopo aver premesso che negli Usa sussistono ancora stampa libera, giudici indipendenti e diritto di manifestare, avverte: “Non uso con leggerezza la parola fascismo, ma temo che stavolta sia corretta”. Lei non lo userebbe per l’Ice: squadracce a volto coperto, con impunità garantita, curriculum segreto e licenza di uccidere gli stessi americani?

No, non la userei. Non aiuta a capire, aiuta soltanto a indignarsi e schierarsi. Quel fenomeno è stato un’altra cosa, in un’altra epoca storica, peraltro con un tasso di violenza politica molto superiore. E con un’esplicita ideologia antiliberale e antidemocratica che nel trumpismo e nel calderone confuso dei mondi che gli girano intorno c’è, ma in misura ben diversa. Soprattutto da parte degli storici, bisogna fare molta attenzione con le parole.

La parola repressione è invece calzante al contesto di Minneapolis?

Certo che lo è. Di fatto lo ha ammesso lo stesso Trump facendo marcia indietro, ossia cambiando il responsabile di quei raid. Ma proprio questo conferma che stiamo parlando di una deviazione, sia pur gravissima, all’interno di un contesto democratico. Gli Usa sono una democrazia grande e solida, Trump la sta forzando in più punti e su questo dev’essere fermato. Ma da qui a gridare alla dittatura, come continuiamo a fare istericamente, ce ne corre.

Ha ragione Luciano Canfora, allora, a dire che per la sinistra Minneapolis è una linea rossa e che lì si misurano la sua sensibilità e onestà intellettuale?

Sì, ma se si fa di tutt’erba un fascio si torna all’antioccidentalismo da cui siamo partiti. È indiscutibile che la sinistra debba fare di Minneapolis una sua battaglia. Dovrebbe farlo anche la destra come già sta accadendo con diversi esponenti repubblicani. Ma insisto: paragonarla anche lontanamente a Teheran è surreale. Chi si ingaggia per Teheran e non per Minneapolis mostra di essere strabico. Ma chi si ingaggia per Minneapolis e non per Teheran si dimostra cieco.

Di Federica Fantozzi su Huffpost

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