Il wrestling referendario, l’escalation dell’Anm e la necessità di tornare a parlare nel merito Era inevitabile che una "discesa in campo" trasformasse il sindacato dei magistrati in un soggetto fazioso.
I toni continuano a peggiorare, e la giustizia può uscirne a pezzi.
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Che i toni della campagna referendaria si sarebbero progressivamente accesi e che la polarizzazione degli schieramenti politici sarebbe stata inevitabilmente esasperata, lo avevamo pensato e detto in tanti. Avevamo anche prospettato come la “scesa in campo” da parte della Anm con un proprio Comitato per il No avrebbe comportato l’adozione delle modalità tipiche della propaganda politica, con tutto ciò che una simile attività comporta.
Non si tratta, infatti, tanto di dubitare della legittimità che un sindacato rappresentativo dell’intera magistratura assuma una identità politica così sfacciatamente e unilateralmente di parte, quanto di considerare come quella scelta abbia, oramai, di fatto finito con il collocare la rappresentanza sindacale della magistratura del Paese in una posizione di soggetto politico a fianco dei partiti dell’opposizione. Al di là della qualificazione normativa stessa attribuita dalla legge ad ogni Comitato elettorale, resta il fatto concreto e incontestabile che la stessa finalità dichiarata dai promotori dell’Anm di voler condizionare, influenzandolo, il voto degli elettori, costituisce il segno inequivoco della politicizzazione dei rappresentanti e – volenti o nolenti – dei rappresentati. Tra i quali, tanti magistrati che non si riconoscono in questa scelta.
Ma questo è solo il punto di partenza di un piano inclinato che non era stato difficile presagire. La propaganda politica, si sa, implica da parte di chi la svolge una serie di assunzioni tacite e di inevitabili conseguenze, quali la progressiva radicalizzazione degli argomenti, la continua esasperazione degli slogan, la necessità di tenere testa alle iperboli della parte opposta, in una incontrollata excalation comunicativa, che abbassa sempre più la qualità dei pensieri e dei contenuti.
La spirale ossessivo-compulsiva implica l’emulazione dei modelli comunicativi propri dei social e lo sdoganamento di contenuti sempre più liberi dal merito e sempre più carichi di elementi simbolici e di violenza. Ne sono un clamoroso esempio il manifesto diffuso dal Comitato dell’Anm che simula una domanda referendaria secondo la quale il Sì corrisponde direttamente a una volontà di sottomissione del “giudice” alla politica; fino all’intervento del segretario della stessa Associazione magistrati, il quale ha scritto, in un post, che la riforma Meloni-Nordio sarebbe “ispirata” ad un “sistema giudiziario” nel quale anche un esecrabile crimine di Stato simile a quello commesso dall’Ice rimarrà impunito, con un accostamento difficilmente commentabile per chi, come chi scrive, sa che quella riforma ha una radice nobile, democratica e liberale, iscritta – con il contributo dell’Unione delle Camere Penali – nella storia repubblicana del nostro Paese.
Ma quella deriva, una volta gettati i dadi e varcato il Rubicone, era per la Anm in qualche modo inevitabile, e ciò che è peggio è che ne risultano vittime, non solo la terzietà e imparzialità dell’intera magistratura, finanche di quella che non crede nella nocività della riforma e che anzi ritiene che la stessa sia un bene, ma anche l’idea di giustizia dell’intero Paese e i suoi equilibri democratici, presenti e futuri.
Ne risulta vittima, soprattutto, la legittimazione della giurisdizione stessa, che uscirà devastata da questa campagna, se la magistratura non trova il modo di ricomporne i toni e i contenuti, riportandoli nei limiti della sensatezza.
Oramai le parti in duello si sfidano avendo perso del tutto di vista il merito della riforma, impegnandosi in una sorta di wrestling referendario, nel quale si finge di suonarsele di santa ragione senza comprendere tuttavia che l’unica vittima di quella zuffa indecente sono il pubblico e la verità. Ognuno dei contendenti parla oramai solo al suo popolo alzando sempre più in alto la posta, e facendo a gara a chi la spara più grossa, in spregio del buon senso, negando a volte le proprie stesse convinzioni o la propria storia. Mancano ancora due mesi al voto. Ci si fermi finché si è ancora in tempo.
In questo articolo
Francesco Petrelli, presidente dei penalisti italiani
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