Anno: XXVIII - Numero 15    
Lunedì 26 Gennaio 2026 ore 13:15
Resta aggiornato:

Home » “L’immaturità politica per cui, a sinistra, il dolore iraniano conta meno”

“L’immaturità politica per cui, a sinistra, il dolore iraniano conta meno”

Il presidente di “A buon diritto” ed editorialista di Repubblica interviene con Huffpost sul dibattito aperto da Ezio Mauro: “Mi è incomprensibile che non ci si mobiliti per la rivoluzione di giovani donne e uomini contro il despota teocratico. Alla sinistra è richiesto un atto politico e morale: abbracciare tutte le vittime, comprese quelle israeliane”

“L’immaturità politica per cui, a sinistra, il dolore iraniano conta meno”

Questa intervista, nata da un’editoriale di Ezio Mauro su Repubblica di domenica 18 gennaio, è stata preceduta da un’intervista allo stesso Ezio Mauro e da quelle a Paolo Pombeni e Aldo Schiavone.

Luigi Manconi, sociologo dei fenomeni politici, è stato senatore dei Verdi e del Pd, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato e sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Prodi. Oggi è presidente dell’associazione “A buon diritto”, fra le prime firme di Repubblica ed è in prima linea nel denunciare l’emergenza carceraria.

Professore, ha ragione Ezio Mauro nell’avvisare che la sinistra si gioca il destino e il futuro a Kiev e Teheran, laddove rischia di tradire la sua missione e il suo credo politico e morale?

Sono incondizionatamente d’accordo. Quell’immagine nella sua essenzialità ha un’indubbia efficacia e un fortissimo accento di verità. È proprio vero che nell’atteggiamento di parte della sinistra verso quei due Paesi emergono elementi conservatori se non proprio reazionari; d’altra parte, rispetto a quelle stesse vicende, è possibile costruire o immaginare di costruire una sinistra fondata su valori rinnovati radicalmente e adeguati ai tempi.

Mauro indica tre concause: anticomunismo poco metabolizzato, residui di anti-americanismo, populismo. È d’accordo anche su questo?

Condivido anche questa parte dell’analisi, ma voglio fare una precisazione importante a proposito di un errore nel quale sono incorso anche io e che mi è stato giustamente rimproverato quando ho scritto che “la sinistra ama i tiranni come Maduro”. Bisogna distinguere: è solo una parte della sinistra a essere afflitta da quei vizi e da quelle perversioni, ma quella parte probabilmente minoritaria è venuta allo scoperto e ha una postura molto determinata. Sa giocare bene su antiche pulsioni e su vetusti riflessi condizionati.

E fatta questa premessa?

Aggiungo un altro fattore che non è attribuibile esclusivamente alla sinistra, ma fa parte della classica arte della guerra e della tradizionale scienza politica applicata. Un fattore che ha fondato l’attuale geopolitica, disciplina seria ma di cui si abusa, deformandola fino a farne un sistema di legittimazione dei rapporti di forza e dello status quo. Pensate a questo motto: “Il nemico del mio nemico è mio amico”. Una parte consistente dell’atteggiamento ambiguo di appartenenti alla sinistra nasce proprio da qui. Per capirci: essendo nemico degli Usa, Maduro è mio amico. Si tratta di un principio antichissimo, costitutivo dello statuto classico della politica che ha prodotto nei secoli le più crudeli malefatte e i più infami tradimenti. Soprattutto, ha contribuito a un sistema che ha motivato le peggiori strategie di sopraffazione.

Questo discorso è applicabile anche all’Iran?

L’Iran è qualcosa di particolare di fronte a cui resto ammutolito. Trovo stucchevole insistere sul perché ci si mobiliti per Gaza e non per Teheran. Intanto perché questa argomentazione viene dal pulpito più screditato: la destra politico-mediatica che non si mobilita né per l’Ucraina né per l’Iran né per il Venezuela, né per alcun’altra emergenza umanitaria. Accetta invece supinamente tutte le soperchierie dei tiranni e le giustifica pure. Poi va detto che la mobilitazione per Gaza è stata costruita nei decenni e ha radici particolarmente robuste, emerse potentemente davanti ai massacri commessi dal governo israeliano. Tutto ciò però non spiega ancora la difficoltà di mobilitarsi per l’Iran; e ciò rappresenta per me qualcosa di incomprensibile.

È una dimensione troppo remota e poco conosciuta per raggiungere il nostro immaginario?

Sì, ma per me è una vera rivoluzione, a prescindere dal suo esito. Una rivoluzione sociale e culturale che fa emergere una realtà straordinaria di giovani donne e di giovani uomini, alternativa al dispotismo teocratico e che fa vacillare il regime politico-militare.

Può darsi che, per dirla con De André, a Gaza ci sentiamo coinvolti e in Iran invece ci crediamo assolti?

Questa interpretazione ha qualche fondamento. A Gaza ci sentiamo coinvolti in quanto parte della catena di responsabilità che va dall’amministrazione americana al governo italiano e alla sua amicizia con Israele. Gli italiani si sentono in qualche misura corresponsabili. Questo però non spiega perché i giovani non si emozionano. Ecco il punto: non si è creata una passione. Perché non c’è condivisione e – uso una parola forte – amore per quella rivoluzione di ragazze e ragazzi? Non so rispondere.

Aldo Schiavone ha chiamato in causa le proteste di massa contro le diseguaglianze del turbo-capitalismo, male indirizzate verso l’anti-occidentalismo e l’anti-imperialismo perché la sinistra non è in grado di elaborarle e dirigerle. Manca questa capacità di analisi critica?

Che la sinistra non sappia cogliere e indirizzare molti movimenti collettivi è un dato pressoché scontato, ma non è ancora sufficiente a spiegare. Susan Sontag diceva che la partecipazione nasce “davanti al dolore degli altri”. Il fattore anti-capitalistico esiste ma è minoritario. La vera domanda è: perché il dolore iraniano conta meno? Viceversa le proteste per Gaza si muovono all’interno di un quadro così semplificato che per parte dei manifestanti è difficile comprendere un punto cruciale.

Quale?

Si può manifestare contro la politica criminale di Benjamin Netanyahu senza nemmeno per un secondo scordare le vittime del pogrom antisemita del 7 ottobre. Questa immaturità politica è un limite grave. E il frutto di questa semplificazione è che tanti sinceri democratici e persino amici cari ritengono che contrapporre i 60mila morti di Gaza ai “soli” 1200 del 7 ottobre sia un buon argomento. Insomma, c’è una sedimentata incapacità di guardare alle vittime nella loro autorità e attualità.

L’attualità delle vittime significa la loro unicità in qualsiasi contesto?

È un concetto sviluppato dal teologo tedesco Johann Baptist Metz. Autorità e attualità implicano la volontà di abbracciare e consolare, insieme e allo stesso tempo, le vittime di Gaza dei crimini di guerra dello Stato israeliano e le vittime di Hamas. Questo atto politico e morale, a mio avviso, è richiesto ai democratici e alla sinistra a prescindere dalla genealogia delle cause storiche ed economiche del conflitto, e dunque dall’interpretazione, che considero regressiva nella sua unilateralità, della geopolitica.

La narrazione delle sinistre è indebolita in tutto il mondo. L’attualità delle vittime può acquistare una forza tale da contrapporsi nelle urne alla scorciatoia – pur illusoria – dei nazionalismi e degli autoritarismi?

Io ovviamente penso di sì. Da sessant’anni sono un militante di sinistra e credo nei valori che ho cercato qui di argomentare. Oggi è una posizione minoritaria, e solo in parte per carenze delle leadership di sinistra nel mondo. In Italia mi sembra che il lavoro di Elly Schlein e del responsabile Esteri del Pd Giuseppe Provenzano sia encomiabile per affermare questi principi in mezzo alle difficoltà del momento. Ma da cocciuto storicista osservo una fase della storia dell’umanità certamente tempestosa, ma non necessariamente definitiva. Mi auguro e mi batto per valorizzare le poche luci nell’oscurità.

È ottimista o pessimista?

Guardando la situazione attuale non si può che essere pessimisti, ma le cose possono mutare. Non solo negli Usa, che osserviamo con il fiato sospeso. Anche in Italia stiamo andando verso una “società senza società”. Tutti i corpi intermedi e le forme di comunità sindacali, religiose, politiche, culturali e persino sportive sono in profonda crisi. Le società contemporanee conoscono solidarietà corte, cortissime – familiari o parentali – e comunità ai minimi termini. Ma questo percorso non può durare.

Perché no? L’individualismo frustrato e spaventato sembra sempre di più la nostra condizione contemporanea.

Proprio perché si va affermando la previsione funesta di Margaret Thatcher – “non esiste la società, esistono gli individui e le famiglie” – e ciò porterà non al trionfo bensì alla crisi dell’individualità. Fuori dalle comunità l’essere umano è indifeso, non protetto, non tutelato. A mio avviso, nelle società occidentali è prevedibile un’inversione di tendenza – ma non so quando – che possa condurre alla ricostruzione di solidarietà più ampie e comunità più estese.

di  Federica Fantozzi su Huffpost

 

 

© Riproduzione riservata

Iscriviti alla newsletter!Ricevi gli aggiornamenti settimanali delle notizie più importanti tra cui: articoli, video, eventi, corsi di formazione e libri inerenti la tua professione.

ISCRIVITI

Altre Notizie della sezione

Su Iran e Ucraina la sinistra fa una parodia scadente di sé

Su Iran e Ucraina la sinistra fa una parodia scadente di sé

22 Gennaio 2026

Intervista col direttore di Il Mulino Paolo Pomben “La sinistra deve confrontarsi con la trasformazione della storia, non temere di dire che i russi sono imperialisti e di stare con il popolo iraniano, altrimenti è una parodia scadente”.

Archivio sezione

Commenti


×

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.