Anno: XXVIII - Numero 14    
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L’impiego dell’AI nell’attività forense

Il Vademecum dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

L’impiego dell’AI nell’attività forense

Gli strumenti di AI – in particolare quelli di tipo generativo – sono ormai diffusamente utilizzati negli studi legali per attività di ricerca, redazione, sintesi e organizzazione dei contenuti, incidendo concretamente sulle modalità di esercizio della professione e generando, tuttavia, un possibile rischio di un utilizzo inconsapevole.

È su questo scenario che si colloca il Vademecum per avvocati sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, recentemente diffuso dalla Commissione processo civile dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

Il documento si presenta, infatti, come uno strumento di orientamento pratico e deontologico, volto a chiarire come i principi tradizionali della professione forense debbano essere applicati nell’impiego delle tecnologie algoritmiche.

Le linee guida prospettate si basano su un quadro normativo multilivello, che si è sviluppato negli ultimi anni in materia di AI.

Sul piano europeo, il riferimento principale è costituito dal Regolamento (UE) 1689/2024, noto come AI Act, che introduce un sistema di regole armonizzate fondato su un approccio basato sul rischio, nonché dalle Linee guida sulle pratiche vietate in materia di intelligenza artificiale del febbraio 2025.

A tali fonti si affiancano il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa su intelligenza artificiale, diritti umani, democrazia e Stato di diritto, nonché, sul piano interno, la legge professionale forense n. 247/2012, la legge n. 132/2025 e il Codice Deontologico Forense, da ultimo aggiornato nel 2025.

Dalla lettura del documento emerge con chiarezza un punto fondamentale: i principi generali individuati si pongono in continuità con i valori fondanti della professione forense e ribadiscono come l’AI debba essere impiegata esclusivamente come strumento di supporto e mai come sostituto del giudizio umano.

Di notevole rilievo è, infatti, l’attenzione dedicata ai doveri deontologici.

In particolare, il Vademecum sottolinea come l’uso dell’intelligenza artificiale incida su una pluralità di obblighi tradizionali, quali l’indipendenza alla responsabilità personale, la lealtà e diligenza al rispetto del segreto professionale, la competenza professionale – che oggi comprende anche l’aggiornamento tecnologico – nonché trasparenza nei confronti del cliente.

Centrale è, inoltre, l’obbligo di veridicità e di controllo delle fonti, che assume un rilievo specifico alla luce dei noti limiti dei sistemi di IA, quali il rischio di “allucinazioni” o di produzione di riferimenti normativi e giurisprudenziali inesistenti. In questa prospettiva, l’uso improprio di strumenti algoritmici idonei ad alterare la verità processuale o a compromettere il corretto funzionamento della giustizia si pone in aperto contrasto con la dignità e l’onore della professione forense.

Accanto ai principi, il Vademecum offre delle indicazioni operativearticolate secondo un criterio temporale che distingue le fasi precedenti, concomitanti e successive all’uso dell’IA.

Più nel dettaglio, è previsto che, in via preliminare, l’avvocato sia chiamato a selezionare piattaforme professionali conformi alla normativa europea e nazionale, a prendere conoscenza delle condizioni contrattuali e delle policy in materia di protezione dei dati, nonché a comprendere il funzionamento e i limiti degli strumenti adottati.

Durante l’uso degli strumenti di IA, invece, è richiesto un elevato livello di attenzione nella gestione dei dati, mediante l’anonimizzazione delle informazioni, l’astensione dall’impiego di chatbot pubblici per contenuti riservati e la formulazione di richieste chiare e circoscritte.

Dopo l’uso, infine, l’attività dell’avvocato non può che culminare in una verifica puntuale delle fonti, in una rielaborazione personale dell’output e nella tracciabilità interna dell’impiego dell’AI all’interno del fascicolo di studio.

Un ulteriore profilo di rilievo riguarda la trasparenza nei confronti del cliente.

Il Vademecum ribadisce, infatti, l’obbligo di informare il cliente dell’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale e del loro ruolo meramente ausiliario, in un’ottica di chiarezza e completezza, così come già previsto dalla legge n. 132/2025.

Ampio spazio è dedicato, inoltre, ai temi della protezione dei dati personali, della sicurezza informatica e del diritto d’autore. L’avvocato è, infatti, chiamato a rispettare i principi di anonimizzazione e l’impiego di sistemi di privacy, nonché di verifica della giurisdizione dei fornitori dei servizi di IA.

Sul piano della sicurezza informatica, il Vademecum richiama l’adozione di misure tecniche adeguate finalizzate alla protezione dei dispositivi da accessi non autorizzati, mentre con riferimento al diritto d’autore evidenzia la necessità di verificare che gli output generati non violino diritti di terzi o utilizzino materiale protetto senza licenza.

Non mancano, infine, indicazioni sulle condotte da evitare, tra cui l’affidamento integrale della redazione di atti o contratti all’IA, la citazione acritica di fonti generate automaticamente e l’inserimento di dati coperti da segreto professionale in sistemi non sicuri.

Tali comportamenti possono, difatti, dar luogo a conseguenze deontologiche, con conseguente segnalazione al Consiglio dell’ordine ed eventuale attivazione dei procedimenti previsti dalla legge professionale, con conseguente irrogazione delle sanzioni previste.

Si segnala che simili linee guida sono state elaborate in precedenza anche dall’Ordine degli Avvocati di Milano, attraverso la pubblicazione nel dicembre 2024 della c.d. Carta dei Principi, che può considerarsi la prima iniziativa in Italia per l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale nella professione legale. Questo documento ha, infatti, come obiettivo principale quello di definire limiti etici e giuridici per l’uso dell’IA, garantendo la centralità della decisione umana nelle attività legali.

L’utilizzo sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale nelle attività professionale ha, dunque, indotto gli operatori del diritto a delineare apposite raccomandazioni, fornendo così strumenti etici e deontologici per affrontare l’evoluzione tecnologica.

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