Anno: XXVIII - Numero 14    
Venerdì 23 Gennaio 2026 ore 13:30
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Indovina chi viene a Gaza? Meloni declina l’invito di The Donald

Pochi Paesi a Davos, niente Ue e molti dubbi su un organismo privato che rischia di indebolire l’Onu.

Indovina chi viene a Gaza? Meloni declina l’invito di The Donald

«Tutti vogliono entrare nel Board of Peace»: quando si tratta di trionfalismo Donald Trump non è secondo a nessuno. Il peana sembra però fuori luogo. Ieri alla solenne cerimonia di Davos, atto ufficiale di nascita dell’organismo internazionale “privato” ideato dal presidente degli Usa, hanno partecipato appena una ventina di Paesi sui 50 a cui The Donald aveva chiesto l’adesione (non gratuita: toccava sborsare un miliardo a Stato) e anche tra questi pochi si sono fatti rappresentare dal capo di governo. Ci sono tra gli altri, molti dei principali Paesi del Medio Oriente ed è comprensibile dal momento che Il Board è nato proprio per ricostruire Gaza: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia.

C’è anche Israele anche se Netanyahu non ha potuto presentarsi e firmare di persona per non finire in manette per via del mandato di cattura internazionale della Corte penale dell’Aja.

Ci sono la Bielorussia e la Russia, che però per il miliardo del biglietto rinvia ai propri fondi congelati negli Stati Uniti: prendeteli pure da lì. Ci sono l’Argentina di Milei e un buon numero di repubbliche asiatiche ex Urss. Il vero buco, la mancanza incresciosa, è quella dell’Europa. Hanno declinato l’invito praticamente tutti i principali alleati degli Usa nel Vecchio Continente. Ce n’era uno solo, il meno europeo tra i leader europei: l’ungherese Orbàn. Diversi, almeno ufficialmente, i motivi del rifiuto.

Espliciti quelli di Francia e Germania e del grosso dei Paesi europei: non credono nella sostituzione, e neppure dell’affiancamento di una struttura unipolare e anzi quasi privata alle Nazioni Unite. L’Inghilterra di Starmer invece non se la sente di sedere al fianco di Vladimir Putin, che ha accolto con gioia l’invito di Trump.

Nato per ricostruire la Striscia Gaza e trasformarla nella Las Vegas d’oriente che sogna Trump, il board ha assunto rapidamente caratteristiche diverse, molto più vaste ma anche molto più imprecise e incerte. Nelle intenzioni del fondatore e leader assoluto sembra trattarsi di una versione privatizzata delle Nazioni Unite, ovviamente alternativa al Palazzo di vetro. Il presidente naturalmente nega: «Collaboreremo con le Nazioni Unite. Ho sempre detto che hanno un grande potenziale che però non sfruttano».

In realtà la struttura privata e parallela messa in piedi dal presidente americano somiglia a un gigantesco cda venato di pulsioni neocoloniali, il cui obiettivo, più che la pace, sembra la spartizione degli affari possibili nelle diverse aree di crisi. Sotto la guida del CEO, ovviamente Donald in persona.

L’illustrazione del progetto New Gaza e New Khan Younis, di cui si occupa slide alla mano il genero e inviato in Medio Oriente del presidente Jared Kushner, è più che indicativa. E nei rendering svettano ovunque futuribili grattacieli modello Abu Dhabi. E’ un affare, anzi un grosso affare e Trump, che spesso ha il pregio della sincerità, non lo nasconde, anzi, se ne vanta: «Sono un esperto di mercato immobiliare e per me la posizione è tutto, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero qualcosa di fantastico». L’Italia da parte non ha aderito.

Ieri a Davos Giorgia Meloni non c’era. Ma per motivi diversi dal resto d’Europa e con tutt’altra determinazione. Il suo è solo un rinvio: «Non considererei una scelta intelligente da parte dell’Italia, ma neanche dell’Europa, autoescludersi da un organismo che comunque è interessante”. L’Italia è “aperta, disponibile, interessata”. Però “serve più tempo”. Così com’è, il Board fa a pugni con l’art. 11 della Costituzione che consente l’ingresso in organismi multinazionali con cessione di sovranità solo “in condizione di parità con gli altri Stati”. Il capo dello Stato è stato sul punto rigido. Giorgia ha convenuto con lui sull’opportunità di evitare il passo a rischio di incostituzionalità. Ma la “massima armonia” tra Quirinale e Chigi decantata dalla presidenza del Consiglio è in realtà limitata e per il futuro incerta. Mattarella è contrario in radice alla creazione di un organismo internazionale anomalo, a totale egemonia Usa e di fatto destinato in caso di successo a indebolire l’Onu. Giorgia vuole lasciarsi ogni porta aperta, sia per non guastare i rapporti con Trump, a cui è sempre più vicina, sia perché gli affari, se le cose andassero come Donald comanda, potrebbero essere lucrosi. E perché mai, secondo il suo punto di vista, l’Italia e l’Eni dovrebbero restarne pregiudizialmente fuori?

 

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