Anno: XXVIII - Numero 14    
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Sanità pubblica senza ossigeno

Dal 2012 sottratti 33 miliardi al personale. La riforma delle professioni sanitarie è l’ultima chiamata, ma senza risorse non fermerà la fuga dal Ssn né renderà attrattive le professioni disertate.

Sanità pubblica senza ossigeno

La riforma delle professioni sanitarie nasce con obiettivi condivisibili, ma rischia di restare un intervento sulla carta se non verrà accompagnata da risorse economiche concrete e vincolate. È il messaggio netto lanciato dalla Fondazione GIMBE nel corso dell’audizione alla Camera dei Deputati sul disegno di legge C. 2700, “Delega al Governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”. Secondo il Presidente Nino Cartabellotta, senza investimenti strutturali sul personale sarà impossibile arrestare la fuga dei professionisti dal Servizio Sanitario Nazionale e rendere attrattive le professioni e le specialità mediche sempre più disertate.

Nel suo intervento Cartabellotta ha innanzitutto chiarito che in Italia i medici non mancano in termini assoluti. Con 5,4 medici per 1.000 abitanti, il nostro Paese è al secondo posto tra quelli OCSE, ben al di sopra della media. Il paradosso, però, è che oltre 92 mila medici non lavorano nel SSN né come dipendenti, né come convenzionati, né come medici in formazione specialistica. Le carenze, dunque, non sono quantitative ma selettive e colpiscono in modo particolare la medicina generale, con oltre 5.500 medici di famiglia mancanti a inizio 2024, e le specialità meno attrattive come emergenza-urgenza, discipline di laboratorio, radioterapia, medicina nucleare, cure palliative e medicina di comunità.

Ancora più critica appare la situazione del personale infermieristico. L’Italia si colloca al 23° posto su 31 Paesi europei dell’area OCSE, con 6,9 infermieri per 1.000 abitanti a fronte di una media di 9,5. Ma il dato più allarmante riguarda il futuro della professione: nell’anno accademico 2025-2026 il numero di domande di accesso ai corsi di laurea in infermieristica è stato addirittura inferiore ai posti disponibili, segnale evidente di una perdita di attrattività che rischia di compromettere la tenuta stessa del sistema.

Di fronte a una crisi del personale senza precedenti, la legge delega – secondo la Fondazione GIMBE – si limita a un elenco di princìpi generici, offrendo pochissime leve operative. Molte delle misure previste non sono in grado di produrre effetti concreti: il riordino dell’impiego degli specializzandi non interviene su contratti, tutele e continuità tra formazione e lavoro; le iniziative per trattenere il personale sanitario in servizio si riducono a riconoscimenti formali, senza progressioni economiche, incentivi o reali opportunità di sviluppo professionale, nemmeno nelle aree più disagiate. Anche il tentativo di migliorare la programmazione dei fabbisogni rischia di essere inefficace, perché non affronta la crescente disaffezione verso molte specialità, che alimenta le carenze indipendentemente da qualsiasi esercizio di pianificazione.

Permangono inoltre diverse ambiguità normative, come quelle legate alla formazione manageriale del personale del SSN e al futuro percorso della medicina generale, rispetto al quale non è chiaro se si intenda istituire una Scuola di Specializzazione né se vi sarà un allineamento con la normativa europea. Sul piano attuativo, molte misure risultano difficilmente realizzabili perché demandate alle Regioni, in un contesto segnato da profonde disomogeneità organizzative e, soprattutto, dall’assenza di risorse aggiuntive.

Per quanto riguarda la responsabilità professionale, il rafforzamento dello scudo penale rappresenta un passo in avanti, ma introduce nuove criticità. Negli ultimi anni il Sistema Nazionale Linee Guida ha progressivamente privilegiato le buone pratiche clinico-assistenziali rispetto alle linee guida, spesso basate su consenso tra esperti e caratterizzate da un minore rigore metodologico. Questa evoluzione, non accompagnata da un adeguato intervento normativo, rischia di indebolire le tutele giuridiche dei professionisti sanitari, sia in ambito penale che civile, aumentando l’incertezza applicativa e la discrezionalità dei giudici.

Il nodo centrale resta però quello delle risorse. Tra il 2012 e il 2024 la quota di spesa sanitaria destinata al personale dipendente e convenzionato è scesa dal 39,7% al 36,6%. Se quella percentuale fosse stata mantenuta costante, il personale del SSN avrebbe potuto contare su 33,04 miliardi di euro in più in dodici anni, di cui 12,82 miliardi solo nel periodo 2020-2024. Un definanziamento che ha progressivamente indebolito e demotivato il capitale umano del servizio pubblico, alimentando l’abbandono del SSN e la disaffezione verso molte professioni e specialità.

Senza risorse aggiuntive e vincolate al personale sanitario, ha concluso Cartabellotta, la legge delega e i successivi decreti legislativi rischiano di tradursi in un intervento meramente ordinamentale, incapace di incidere sulla crisi strutturale del personale e destinato ad aggravare le diseguaglianze territoriali, anche alla luce dell’autonomia differenziata. Questa riforma rappresenta un’ultima chiamata per rilanciare le politiche del personale sanitario: se anche questa occasione verrà persa, il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe non avere più margini per recuperare il capitale umano perduto e garantire la tutela della salute pubblica.

 

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