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L'Anm come l'Urss. L’obbligo dei magistrati di essere iscritti al sindacato

Il novantasei per cento delle toghe sono nell’Associazione (contro il 32 del resto dei lavoratori italiani).

L'Anm come l'Urss. L’obbligo dei magistrati di essere iscritti al sindacato

Ancora nel 1984, cinque anni prima del crollo del Muro di Berlino, i sindacati sovietici contavano circa 135 milioni di tesserati e comprendevano quasi tutti i lavoratori dipendenti, con tassi di iscrizione prossimi al 100%. Si dirà: numeri tipici di una dittatura, dove l’iscrizione al sindacato non è una libera scelta ma un’imposizione di regime. Vero. Lo conferma il fatto che, coerentemente con la media europea, in Italia appena il 32% dei lavoratori dipendenti risulti iscritto ad un sindacato. Una percentuale, peraltro, in costante calo.

C’è, però, un’eccezione. Un’eccezione che non ha pari nelle democrazie occidentali: la magistratura. Il 96% dei magistrati italiani è, infatti, iscritto all’Anm (Associazione nazionale magistrati).

Ohibò, e da cosa dipende questa vistosa anomalia? Lo ha spiegato quattro anni fa il celebre magistrato Nicola Gratteri dallo studio televisivo di Otto e mezzo: “Chi è iscritto ad una corrente è molto, molto avvantaggiato”. Il “vantaggio” consiste nell’ottenere più facilmente che il Csm, organismo notoriamente asservito alla logica correntizia, deliberi la nomina, il distacco o il ruolo a cui il singolo magistrato ambisce. Gratteri, ad esempio, ambiva a diventare procuratore nazionale antimafia, ma non militando in nessuna corrente, dunque non essendo iscritto all’Associazione nazionale magistrati, non ottenne quel che riteneva di meritare. La meritocrazia, dunque, non ha margini tra i ranghi della magistratura, la logica è essenzialmente clientelare.

Che questa sia l’unica, vera spiegazione del livello, è il caso di dire, “bulgaro” delle iscrizioni all’Anm, non ci sono dubbi. Così come non ci possono essere dubbi sul fatto che quello delle correnti nella magistratura non sia altro che un sistema di potere. Un sistema di potere fine a se stesso, che non ha nulla a che vedere con l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario, ma molto, moltissimo ha a che vedere con gli interessi personali e il desiderio di influenza dei singoli capicorrente, fino agli illuminati membri della “cupola” dell’Associazione nazionale magistrati. Sia chiaro, mutuiamo la parola cupola dal gergo mafioso solo perché è stato un noto Pm antimafia, Nino Di Matteo, a sostenere che il sistema delle correnti in magistratura “è molto simile al metodo mafioso”.

C’è da ritenere che lo pensi, o quantomeno che lo pensasse, anche Nicola Gratteri, che infatti si è più volte pronunciato a favore del sorteggio dei membri togati del Csm in quanto, ha detto sempre da Lilli Gruber, ma in tempi più recenti, “è l’unico modo per limitare il potere delle correnti”. Poi, chissà perché, ha deciso di abbandonare il nobile status di cane sciolto per imbrancarsi con l’Anm per il No al referendum.

Naturalmente, i capicorrente, così come i capi dell’Anm, pur militando oggi dalla stessa parte di Gratteri non ne faranno mai propri gli argomenti di ieri. Così come mai ammetteranno che la loro mobilitazione odierna non è tanto contro la separazione delle carriere in quanto tale, bensì contro la regola del sorteggio dei membri dei due Csm prevista dalla riforma approvata dal Parlamento. Regola che rende vano il loro potere personale. La linea è: negare tutto, soprattutto l’evidenza. Linea che impatta su un quesito dirimente: come spiegare, allora, le percentuali sovietiche, o “bulgare” che dir si voglia, di iscritti al sindacato?

Non essendo possibile una spiegazione diversa da quella data da Gratteri e da tanti altri, non gli resterebbe che sostenere che la Anm “non è un sindacato ma un’associazione”, il che non spiegherebbe comunque l’anomalia.

di Andrea Cangini su Huffpost

 

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