Anno: XXVIII - Numero 6    
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Il buio e il boia. Khamenei ordina di schiacciare la rivolta

Tredicesimo giorno di proteste in Iran, il regime spegne Internet. Interviene la Guida Suprema per dire che la Repubblica islamica "non cederà", scarica la colpa sugli Usa, minaccia la forca per i "sabotatori".

Il buio e il boia. Khamenei ordina di schiacciare la rivolta

Il figlio dello scià invoca l’intervento di Trump. Ahron Bregman (King’s College): “È la fame, quella vera, a spingere la sommossa. Temo però che forze ancora più estreme prendano il sopravvento”

La repressione delle proteste che da 13 giorni dilagano in tutto l’Iran entra nella fase più dura: “coloro che commettono sabotaggi, incendi di proprietà pubblica e sono coinvolti in scontri armati con le forze di sicurezza rischieranno la pena di morte”. Lo ha annunciato il procuratore di Teheran, nel giorno in cui la guida suprema Ali Khamenei ha tenuto il suo discorso alla nazione, rivolgendosi tanto ai cittadini iraniani quanto al presidente americano Donald Trump, accusato di avere “le mani sporche del sangue degli iraniani”. Da giovedì il regime ha isolato il Paese da internet e dalle telefonate internazionali, una prassi ormai consolidata quando si tratta di spegnere nel sangue il dissenso. La risposta alle minacce di Trump, che nei giorni scorsi ha ipotizzato un intervento americano per “difendere i manifestanti”, è una sfida aperta, un segnale che la Repubblica islamica – al suo momento di massima debolezza – quasi spera in una qualche escalation, per provare a salvarsi la vita.

Nei suo discorso Khamenei, 86 anni, ha accusato i manifestanti – definiti “terroristi” dalla tv di Stato – di agire solo “per compiacere il presidente degli Stati Uniti”, il quale “farebbe meglio a prestare attenzione alla situazione del suo Paese”. “Trump dovrebbe sapere che i tiranni mondiali come il Faraone, Nimrod, Reza Shah e Mohammad Reza (l’ultimo scià di Persia, ndr) sono stati abbattuti al culmine della loro arroganza. Anche lui sarà abbattuto”, ha detto la guida suprema.

La stretta è arrivata dopo la grande partecipazione alle manifestazioni di giovedì, con gli appelli lanciati dall’ex principe ereditario Reza Pahlavi. Lo stesso che, oggi, ha lanciato un appello a Trump, chiedendogli di intervenire in Iran. “Lei ha dimostrato di essere un uomo di pace e di parola. La prego di essere pronto a intervenire per aiutare il popolo iraniano”, si legge nel post, in cui sono taccati il presidente Usa e il segretario di Stato Marco Rubio, oltre alla Casa Bianca.

“Dai post sui social media, è emerso chiaramente che gli iraniani stavano prendendo sul serio l’appello a protestare per rovesciare la Repubblica Islamica”, ha commentato per l’Associated Press Holly Dagres, ricercatrice senior del Washington Institute for Near East Policy. “Questo è esattamente il motivo per cui internet è stato bloccato: per impedire al mondo di vedere le proteste”, oltre a “fornire una copertura alle forze di sicurezza per uccidere i manifestanti”.

Finora, secondo un bilancio della Human Rights Activists News Agency, le vittime della repressione sono almeno 42, mentre più di 2.270 persone sono state arrestate, ma i numeri sono fermi a prima del blackout di internet. I media statali iraniani hanno affermato che “agenti terroristi” degli Stati Uniti e di Israele hanno appiccato incendi e scatenato violenze. Hanno anche affermato che ci sono state “vittime”, senza fornire ulteriori dettagli.

La Fondazione Narges ha sollecitato la comunità internazionale a mostrare solidarietà al popolo iraniano, a chiedere l’immediato ripristino dell’accesso completo e senza restrizioni a internet e a esigere il rilascio di tutti i prigionieri politici, tra cui il premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, Alieh Motaleb Zadeh e tutti gli altri difensori dei diritti umani recentemente detenuti a Mashhad e in tutto l’Iran durante gli ultimi 13 giorni di proteste popolari.

Secondo Ahron Bregman, esperto di Medio Oriente e professore al Dipartimento di Studi bellici del King’s College di Londra, “le attuali proteste in Iran sono diverse da quelle a cui abbiamo assistito in passato, nel 2009 e nel 2022. Non sono ideologiche. Non riguardano la democrazia. Sono spinte dalla fame. Una vera fame. Riguardano genitori che non riescono a sfamare i propri figli. Penso che siano più potenti delle proteste precedenti, anche se è ancora difficile dire se metteranno a repentaglio l’esistenza dell’attuale regime”.

La rabbia per una situazione economica drammatica si è saldata con l’esasperazione di molti verso un regime accusato di corruzione e inadeguatezza, facendo emergere una richiesta di cambiamento più trasversale rispetto al passato. Giovedì sera i quartieri di Teheran si sono riempiti di persone che scandivano slogan come “Morte al dittatore!” e “Morte alla Repubblica Islamica!”. Altri elogiavano lo Scià, gridando: “Questa è l’ultima battaglia! Pahlavi tornerà!”. Migliaia di persone si sono riversate per le strade prima che tutte le comunicazioni con l’Iran si interrompessero.

Delle proteste programmate per oggi si hanno solo notizie frammentarie. Si sa che centinaia di persone sono scese in piazza nella città a maggioranza sunnita di Zahedan, nell’Iran sudorientale, tra cui diverse donne che hanno cantato “Da Zahedan all’Iran, la mia vita per l’Iran” e “Questa è la battaglia finale, Pahlavi tornerà”. La polizia iraniana avrebbe risposto con il fuoco.

In una situazione così incerta e fluida, alcune compagnie aeree – tra cui Turkish Airlines – hanno scelto di cancellare i loro voli per Teheran. Secondo il sito Flight Radar, un aereo della Turkish Airlines diretto a Shiraz e un volo della compagnia turca Pegasus diretto a Mashad sono tornati indietro dopo essere entrati nello spazio iraniano durante la notte di giovedì. Secondo i media turchi, che citano funzionari dell’aeroporto di Istanbul, i voli sono stati cancellati a scopo precauzionale in vista di proteste previste anche per oggi dopo la preghiera del venerdì.

Per ora da Washington non ci sono reazioni, ma il quadro potrebbe cambiare rapidamente. Ahron Bregman è tra quegli analisti che temono un avvitamento ancora più radicale della Repubblica islamica. “Per me, la preoccupazione principale è che forze ancora più estreme prendano il sopravvento in Iran. Ad esempio, uno scenario in cui il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC), percependo che il regime è in pericolo, prenda il potere. Penso che se il regime dovesse crollare, sia più probabile che ciò avvenga gradualmente piuttosto che all’improvviso, ma potrei sbagliarmi”.

Quanto alla possibilità di un intervento militare americano o israeliano, “è difficile fare previsioni.” “Credo che [americani e israeliani] ne discutano tra loro, e coloro che, in questi dibattiti, si oppongono a un simile intervento sostengono che qualsiasi azione esterna potrebbe, di fatto, rafforzare il regime piuttosto che indebolirlo”.

Nel frattempo, sembra essersi svegliata dal sonno persino l’Unione Europea, invitata dal figlio dell’ex scià a unirsi al presidente Trump nel promettere di “chiedere conto al regime” per le uccisioni dei manifestanti. “Il popolo iraniano sta lottando per il proprio futuro. Ignorando le sue legittime richieste, il regime mostra la sua vera natura”, ha scritto su X l’Alta rappresentante per la Politica estera dell’Ue Kaja Kallas. L’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Turk ha chiesto un’indagine “rapida” e “indipendente” sulle morti avvenute durante le manifestazioni. Ma la parola che si aspetta, ora, è quella di Trump. Nella sua ultima intervista, andata in onda giovedì, ha ipotizzato che Khamenei potrebbe voler lasciare l’Iran. “Sta cercando di andare da qualche parte”, ha detto. “La situazione sta peggiorando”.

di Giulia Belardelli su Huffpost

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