È tempo di una nuova rivoluzione in Iran?
Gli ottimisti lo sperano, gli alleati del regime di Khamenei lo temono.
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La tensione per le strade della fu Persia è ormai insostenibile per l’ayatollah: le manifestazioni stanno attraversando l’intero Paese, non più soltanto le grandi metropoli ma anche i centri minori, e sono sempre più violente.
È notizia di ieri mattina l’accoltellamento di un agente di polizia vicino Teheran: al dodicesimo giorno consecutivo di manifestazioni, la Repubblica islamica sembra entrata nella fase più caotica della sua storia recente.
Il regime degli ayatollah prova a evitare il collasso mobilitando governo, apparato giudiziario e Parlamento, ma l’impressione diffusa è che nessuno, ai vertici dello Stato, sappia realmente cosa fare, e soprattutto creda davvero di poter sopravvivere alla rabbia della popolazione, affamata da 46 anni di dittatura repressiva.
La soluzione, in questi decenni, è stata una svolta sempre più marcata verso una destra economica autoritaria, accompagnata dall’emarginazione sistematica di attivisti politici e giornalisti considerati filo-occidentali.
Una svolta che non ha prodotto stabilità ma al contrario, ha approfondito la frattura tra elite religiosa, militare e società, senza offrire una strategia coerente.
In questo processo, gli analisti ritengono che a Teheran si stia iniziando a puntare il dito sulla leadership della Guida Suprema e sulla lunga sequenza di occasioni mancate da Khamenei, soprattutto per la sua incapacità di avviare una trasformazione strutturale dall’interno del potere iraniano.
Il blocco delle riforme economiche, sociali e culturali, unito a una politica estera fallimentare (puntare tutto sul terrorismo di Hamas, Houthi ed Hezbollah, annichiliti con estrema facilità da Israele), ha progressivamente eroso le basi del regime. Senza contare il tentativo di rafforzare l’asse orientale con Russia e Cina, che si è rivelato incapace di produrre risultati concreti sul piano infrastrutturale ed economico salvo qualche commessa per il petrolio (da Pechino) e per i droni (da Mosca).
La gravità della crisi iraniana è emersa con chiarezza durante la recente riunione straordinaria del Consiglio Supremo dell’Economia, convocata formalmente per affrontare il collasso economico e trasformatasi in un vertice sulla crisi generale del sistema.
I volti tesi dei partecipanti, più di qualsiasi dichiarazione ufficiale, hanno restituito l’immagine di una classe dirigente desolata e desolante.
Allo stesso tempo, circolano con sempre più insistenza voci su contatti riservati con Washington, condotti al di sopra delle strutture formali del governo, con l’obiettivo di negoziare una transizione non conflittuale. Indiscrezioni parlano persino di garanzie sul futuro della leadership, anche se mancano conferme attendibili.
Alcune figure religiose di alto profilo, nel frattempo, cercano di posizionarsi come alternative credibili, arrivando a rompere apertamente con la Rivoluzione del 1979, e attribuendo a decenni di statalismo e oligarchia economica il declino inesorabile del Paese.
In questo quadro, stanno crescendo le quotazioni dell’ayatollah Mostafa Mohaghegh Damad, che, nel suo più recente discorso, ha di fatto respinto la Rivoluzione del 1979 e persino la figura di Khomeini, affermando che “quarantacinque anni di pensiero di sinistra hanno distrutto il Paese”.
Che sia lui il “Bonaparte” che alcuni analisti prevedono per l’Iran, una figura comunque autoritaria ma in grado di convogliare le energie disperse del khomeinismo verso un nuovo modello? Quale modello, poi?
Un’altra ipotesi che sta prendendo forma è quella di un Consiglio provvisorio, incaricato di gestire un’eventuale transizione.
Le opzioni sul tavolo sono due: un assetto di destra, pragmatico e orientato a un riavvicinamento all’Occidente, oppure una soluzione radicale, ancorata al rafforzamento del fronte orientale. Entrambe comportano rischi elevati e incontrerebbero inevitabili resistenze, anche armate.
A contribuire alla sensazione di anarchia che si respira a Teheran è l’assenza dei militari dall’ultimo vertice economico-politico.
Un’assenza che ha fatto sollevare più di qualche sopracciglio tra i conturbanti uomini col turbante al potere in Iran: qualsiasi sia lo scenario futuro, infatti, le potenti e pervasive forze armate del regime saranno decisive nella ridefinizione del potere. Sempre che non intervenga una manina esterna dagli Stati Uniti, o da Israele (o da entrambi) a risolvere una volta per tutte la questione, come avvenuto a Maduro, peraltro grande alleato e amico di Khamenei, in Venezuela…
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