Anno: XXVI - Numero 250    
Mercoledì 31 Dicembre 2025 ore 13:20
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Un discorso di auguri che guarda al futuro.

Gli auguri del Presidente Mattarella.

Un discorso di auguri che guarda al futuro.

Seguo da sempre l’attività del Presidente Sergio Mattarella. Ministro, Vicepresidente del Consiglio, Presidente del Gruppo parlamentare del Partito Popolare Italiano alla Camera, perché rappresentare il meglio di quel che resta della classe dirigente che ha raccolto l’Italia dalle ceneri del dopoguerra, con coraggio e determinazione. Quella determinazione che non avevano avuto, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, i Giolitti, gli Sturzo, i Turati, vittime di rancori antichi, sordi alle sollecitazioni del re Vittorio Emanuele III ad assumersi le responsabilità di adottare le misure necessarie per far uscire l’Italia dalla profonda crisi economica e sociale prodotta da quell’immane conflitto che pure l’Italia aveva contribuito a vincere. 

Allora liberali e cattolici scelsero Mussolini e il fascismo, altri rimasero a guardare, nella convinzione, che si sarebbe presto rivelata un’illusione, che, ristabilito l’ordine pubblico e risanata la finanza dello Stato, sarebbe ritornata la democrazia parlamentare nel contesto dell’ordinamento “rappresentativo” nato dallo Statuto Albertino. Invece Mussolini divenne presto il Duce, grazie ai “pusillanimi”, come li chiamava il Re, e le libertà statutarie furono progressivamente limitate con il concorso di una classe dirigente arruolata in camicia nera perché sul carro del vincitore si viaggia bene, da sempre, come ha ricordato Bruno Vespa in “Italiani volta gabbana”, quelli che da secoli “Franza o Spagna purché se magna”.

Lo ricordo oggi, avviandomi a scrivere qualche annotazione al discorso di fine anno del Presidente Mattarella che ha voluto anche ricordare che questo è l’anno ottantesimo dal referendum Monarchia – Repubblica nel quale molti, schierandosi contro il mantenimento del trono dei Savoia, cercarono di far dimenticare agli italiani che i loro antenati politici avevano tradito le libertà statutarie e lasciato solo il Re nel corso dell’intero ventennio. Mentre loro, giovani ambiziosi e con del talento, s’impegnavano con crescente entusiasmo nelle istituzioni progressivamente fascistizzate. Con fede “incrollabile”. Eppure, bastò poco che farne degli antifascisti “duri e puri” da un giorno all’altro. Pronti a tutto, pur di dar dimenticare che avevano costantemente applaudito il Duce anche per follie di palmare evidenza, almeno dalle leggi razziali alla guerra che non avevamo alcun interesse a combattere. 

Rivolgendosi agli italiani il Presidente, a chiusura di “un anno non facile” e nella speranza “di incontrare un tempo migliore”, evoca la naturale aspettativa di pace della gente e denuncia come “incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”.

Giustamente il Presidente ricorda che la pace “è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio”. Ed ha richiamato l’esortazione di Papa Leone XIV a “respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”. 

Queste parole, che esprimono una mentalità propriamente cristiana, sono un invito alle persone di buona volontà che il Presidente considera recepito dal nostro ordinamento perché “l’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo. Raffigura la responsabilità di essere cittadini”.

È giusto ricordare questi valori. Ma sarebbe più corretto e più istruttivo per gli italiani ricordare che nel 1946 riaffioravano valori antichi, coevi alla nascita dello Stato unitario voluto da un pugno di uomini di pensiero e di azione che seppero far rivivere, e per questo lo chiamiamo Risorgimento, antichi ideali civili propri della cultura dell’Occidente latino, che invano avevano compresso i reggitori illiberali di alcuni degli stati preunitari, succubi dello straniero, come dimostrarono, fra gli altri, Silvio Pellico a Milano, Carlo Pisacane a Sapri e Ciro Menotti a Modena.

Dimenticare il Risorgimento, rinnegarlo è un grave errore, come scrive Indro Montanelli, perché lì, per l’Italia, è l’“unico tradizionale mastice della sua unità” che con la fine della Monarchia è venuto meno perché la Repubblica non sembra capace di impadronirsene affermando la continuità dell’esperienza unitaria pur con la “parentesi” fascista, secondo l’insegnamento di Benedetto Croce.

Il Presidente Mattarella sfoglia l’“album immaginario della storia della Repubblica” e trova che “il primo fotogramma… è rappresentato dalle donne… dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne”. Ecco, è un errore ricorrente. Infatti, le donne furono ammesse alle urne già con riferimento alle elezioni locali con una norma promulgata da Umberto di Savoia.

Dunque, se “la Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia” va ricordato che lo “Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità” era già nel patrimonio del diritto italiano voluto dagli uomini del Risorgimento.

Dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia come il Presidente giustamente lo è della successiva al 1946 degli anni “del miracolo economico”, dello “statuto dei lavoratori”, del “servizio sanitario nazionale, che garantisce universalità e gratuità delle cure, rappresentando un’altra decisiva conquista dello stato sociale, che pone al centro la dignità della persona e l’idea di una piena uguaglianza”.

Ugualmente “fondamentale alla crescita della identità nazionale è stato – e rimane -il contributo della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica”. Un’identità che si è formata lungo i secoli, di tassello in tassello, uno dei quali, essenziale, è il Risorgimento per impegno di uomini che lo “fecero”, ricorda Giovanni Spadolini, dal re Vittorio Emanuele II a Giuseppe Garibaldi, da Camillo Benso di Cavour a Giuseppe Mazzini a Marco Minghetti, a Quintino Sella, a Giovanni Giolitti, senza una graduatoria perché “ognuno ha messo la sua tessera in quel mosaico” che è la storia della nostra Italia.

Che non dobbiamo mai dimenticare.

 

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