La piazza sequestrata
A Nola si spegne un gazebo e si accende un allarme democratico: il potere che inventa divieti per zittire idee è già fuori legge.
C’è un confine che, quando viene oltrepassato, non consente equivoci né attenuanti. A Nola quel confine è stato calpestato: una manifestazione regolarmente autorizzata, pacifica, trasparente, è stata fermata invocando un divieto fantasma, una “zona rossa” mai esistita, mai scritta, mai comunicata. Un ordine senza carta, senza firma, senza legge. Solo la pretesa di comandare.
È questo il punto. Non un disguido. Non un eccesso di zelo. Ma l’idea, gravissima, che basti la divisa giusta per sospendere diritti costituzionali. Che la libertà di manifestare possa essere compressa a voce, con la minaccia di identificazioni e ritorsioni amministrative. Che la piazza, se vicina a un palazzo di giustizia, diventi improvvisamente territorio proibito al dissenso.
Fa impressione – e indignazione – che tutto ciò accada mentre magistrati organizzano e tengono iniziative politiche dentro i tribunali, senza che nessuno osi fiatare. Due pesi, due misure. Il silenzio imposto a chi parla in piazza, l’agibilità garantita a chi fa politica nei luoghi dove la politica dovrebbe restare fuori. È una torsione pericolosa dello Stato di diritto.
Ancora più inquietante è il vuoto: nessun decreto, nessuna base normativa, nessuna responsabilità rivendicata. I vertici giudiziari smentiscono. Il Comune si scusa. Resta un fatto nudo e crudo: per un’ora, in Italia, la libertà di espressione è stata sospesa per arbitrio.
Non è accettabile. Non è normale. Non è archiviabile come folklore provinciale. Qui non c’entra il Sì o il No a una riforma. C’entra la democrazia. E la democrazia non ammette “zone rosse” inventate per proteggere il potere dal confronto.
Chi ha dato quell’ordine risponda. Subito. Perché se passa il principio che basta dire “vietato” per far smontare un gazebo, domani basterà sussurrarlo per spegnere una piazza intera. E dopodomani, per zittire tutti.
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