Separare delle carriere: Il sì è un dovere morale. Dal referendum alla riforma del Csm: per la Fondazione Einaudi e la Lega in gioco c’è l’equilibrio della magistratura.
Benedetto: «Separare anche i Palazzi»
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«Se al referendum di marzo passa la riforma sulla separazione delle carriere, ad avere problemi non saranno i cittadini né i magistrati, la cui autonomia resta garantita dall’articolo 104 della Costituzione, ma l’Anm e le sue correnti, perché perderanno potere». È il cuore della posizione espressa da Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, in una nota che rilancia il sostegno convinto al referendum sulla giustizia.
Secondo Benedetto, il vero nodo della riforma non riguarda l’indipendenza della magistratura, ma il sistema di potere interno al Consiglio superiore della magistratura. «È il sorteggio per l’elezione dei membri togati del Csm che temono», sottolinea, rivendicando una battaglia che la Fondazione Einaudi porta avanti da anni.
Nel ragionamento di Benedetto, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri rappresenta solo una parte del percorso. «Da tempo sosteniamo non solo la necessità di separare le carriere, ma anche quella di separare i palazzi di giustizia: il pm non deve stare fisicamente accanto alla porta del giudice», afferma. Un obiettivo che, spiega, dovrà essere perseguito nella fase di elaborazione dei decreti attuativi, subito dopo l’eventuale approvazione referendaria.
Una linea ribadita anche pubblicamente nei giorni scorsi alla manifestazione Atreju, dove Benedetto ha annunciato che la Fondazione continuerà la sua azione «a partire dal giorno dopo il voto».
Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini, intervenuto alla giornata conclusiva di Atreju. «Votare sì al referendum sulla giustizia è un dovere morale per ciascuno di noi. E chi non vota poi non si lamenti», ha dichiarato dal palco.
Per Salvini, la separazione delle carriere e l’allontanamento delle correnti e della politica dal Csm non rappresentano un punto di arrivo, ma «una fase di passaggio» verso una riforma più ampia del sistema giudiziario.
Il leader leghista guarda già oltre il referendum. «Il sì non è il traguardo finale», ha spiegato, indicando come obiettivo successivo l’introduzione di una responsabilità civile effettiva dei magistrati: «Se sbagliano devono pagare come tutti gli altri lavoratori».
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