Conte-Schlein. In confronto Tafazzi non era nessuno
Siccome giudicano asservito alla destra il collegio dei garanti della Privacy, ne chiedono le dimissioni, sebbene il presidente sia stato indicato dal Pd al tempo del governo giallorosso.
Così il nuovo presidente lo sceglierà la destra e, secondo questa logica, saranno ancora più asserviti.
Capisci che qualcosa è andato storto quando Federico Mollicone – deputato meloniano passato alla storia per le sue battaglie campali contro Peppa Pig – si erge dal pulpito della libertà di stampa accusando Report di voler far cadere il governo, e annuncia la presentazione di una mozione “a tutela della vera imparzialità e del vero pluralismo”. Cioè la maggioranza di governo che, siccome qualcuno attacca il governo, decide che chi lo fa non è imparziale e stabilisce lei i confini: pare un corso base di libertà di stampa nel Cile di Pinochet.
Capisci che qualcosa è andato storto quando Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, risponde che giammai il suo giornalismo è di parte, prima di imboccare una via a cavallo tra il lirismo e gli sceneggiatori di Boris: “Il fatto di aver partecipato a delle testate che potevano avere una colorazione” politica, “non toglie nulla all’indipendenza dell’anima. Indipendenza che io ho”.
Da giorni ormai il dibattito sugli intrecci tra libera informazione e politica, esploso dopo la multa da 150mila euro comminata dal Garante della privacy a Report e le successive rivelazioni della trasmissione di RaiTre dei rapporti tra Agostino Ghiglia – membro designato da FdI – e esponenti del partito meloniano, appassiona le opposte tifoserie. Un dibattito che sembra ormai deragliato dai binari serissimi di un argomento che dovrebbe essere al centro dell’interesse pubblico nell’era della polarizzazione, della disinformazione, delle fake news eccetera eccetera, e che si è trasformato in una polemica ad alzo zero in cui i rispettivi capipopolo cercano argomenti ad effetto sempre più pirotecnici per poter… polarizzare più e meglio degli altri.
L’acme di questa maratona dell’assurdo finora è stato toccato dalla premiata ditta Schlein-Conte. Visto che l’argomento della richiesta di dimissioni del solo Ghiglia non sembrava scaldare poi così tanto i cuori e gli animi, i leader di Pd e M5s ieri hanno alzato il tiro: si dimetta l’intero Collegio del garante. Un collegio che è stato votato dal Parlamento nel 2020: quattro membri, due designati dalla maggioranza e due dalle opposizioni. E ovviamente, essendo in quel periodo al governo i partiti di Elly Schlein e di Giuseppe Conte, la presidenza è andata a un esponente scelto da via del Nazareno. Chiederne l’azzeramento è certo una mossa ad effetto, che se voleva far discutere ha centrato il suo obiettivo (dopotutto state leggendo un articolo esattamente su questo). Politicamente, tuttavia, vorremmo segnalarne l’effetto tafazzista nascosto lì dietro l’angolo.
Se l’accusa (a Ghiglia) è quella di opacità e assenza di imparzialità nell’esercizio delle sue funzioni, davvero la soluzione geniale dei leader dell’opposizione è quella di azzerare tutto e regalare all’attuale maggioranza la possibilità di scegliere un nuovo Ghiglia da piazzare questa volta non nel board, ma addirittura alla presidenza dell’organismo che oggi si ritiene non credibile per i suoi intrecci con la politica? “Oh-oh-oh, oh-oh-oooh!”, avrebbe detto Tafazzi.
Piccolo corollario: il Parlamento elegge i rappresentanti del Garante della privacy, ma non può destituirli. Se, come ipotizzato da ambienti del Pd e dei 5 Stelle, fossero due membri indicati da Dem e pentastellati a dimettersi su sollecitazione della politica, non sarebbe la certificazione che l’assenza di autonomia e imparzialità è quantomeno bipartisan?
di Pietro Salvatori su Huffpost
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