La solitudine di Elly
Schlein assediata da sconfitte e correnti: il Pd senza rotta né voce unitaria.
Elly Schlein è sola. Lo è nel partito, nella linea politica, nella narrazione pubblica. Non è una solitudine improvvisa, ma costruita giorno dopo giorno, nel tentativo di rifondare un Partito Democratico che però non ha più voglia di essere rifondato. Le sconfitte delle ultime settimane, dalle Marche alla Calabria, non sono incidenti di percorso: sono la spia di un partito che ha perso il rapporto con la realtà, e una segretaria che non riesce a farlo tornare sulla strada maestra.
L’“ottobrata” dem, immaginata come un momento di rilancio, si chiude invece con il suono dei malumori interni. La minoranza riformista ha smesso di fingere pazienza. Ha tirato fuori gli elmetti e prepara la resa dei conti a Milano, con il convegno dal titolo apparentemente innocuo “Crescere”, ma dal sottotesto chiarissimo: cambiare rotta, o cambiare guida. Non è un caso che le parole più dure arrivino da chi, solo un anno fa, aveva accettato di restare sotto la bandiera unitaria del PD. Ora l’unità è un ricordo.
Le accuse alla segretaria si ripetono come un mantra: troppo a sinistra, troppo ideologica, troppo chiusa. “Con Schlein si perde”, dicono i riformisti. Ma nessuno di loro, a ben vedere, sa indicare una strada diversa, un linguaggio nuovo, un volto capace di interpretare un’alternativa. Tutti pronti a criticare, nessuno pronto a rischiare.
Schlein paga il prezzo di un’ambizione onesta ma ingenua: trasformare il Pd in un partito identitario, radicato nei valori più puri della sinistra, in un tempo in cui l’identità, da sola, non basta più. L’ha fatto credendo che la coerenza potesse sostituire il consenso, che la testimonianza potesse bastare alla vittoria. Ma la politica, specie quella italiana, non premia i testimoni: premia chi sa costruire ponti, non chi si trincera dietro bandiere.
Al Nazareno la segretaria è sempre più isolata. Si parla di accordi con la Cgil di Landini per mobilitare la base sindacale, come se i pensionati potessero supplire all’assenza di un progetto politico. È una difesa di trincea, più che una strategia. Attorno, le correnti tacciono solo in apparenza: c’è chi prepara il “dopo Schlein”, chi punta a un ritorno riformista, chi sogna una leadership civica da laboratorio. Ma tutto si muove senza coraggio, come se il partito avesse paura di guardarsi allo specchio.
Nel frattempo, fuori dal palazzo, Giorgia Meloni continua a fare la leader popolare. Ha costruito un racconto in cui la gente si riconosce, anche quando non condivide le scelte del governo. Sa usare il linguaggio della prossimità, quello che la sinistra ha disimparato: parla semplice, promette molto, mantiene il minimo indispensabile. Ma lo fa con un’energia comunicativa che la rende credibile, in un Paese dove la credibilità vale più della competenza.
Il contrasto con Schlein è evidente: da un lato una premier che sa toccare la pancia del Paese, dall’altro una segretaria che parla alla testa dei suoi militanti. È la differenza tra chi guida e chi spiega. Tra chi convince e chi argomenta. E la politica, oggi, non si nutre più di argomenti, ma di empatia.
Il dramma del PD non è soltanto elettorale: è esistenziale. Non sa più chi rappresenta, né per chi combatte. Il riformismo è ridotto a nostalgia, la sinistra sociale è stata assorbita dal grillismo, il mondo cattolico è evaporato. Schlein ha provato a riempire il vuoto con un’idea di sinistra europea, inclusiva, progressista, ma in Italia quella lingua non si parla più.
Eppure, nella sua ostinazione, c’è qualcosa di tragico e quasi nobile. Schlein resta fedele a se stessa, anche quando tutto le crolla attorno. Non arretra di un passo, nemmeno davanti al rischio di perdere tutto. È un atteggiamento che ricorda i vecchi leader ideali, quelli che preferivano la coerenza alla vittoria. Ma in un partito pragmatico come il Pd, quella coerenza rischia di trasformarsi in un atto di autolesionismo politico.
La solitudine di Elly Schlein non è solo la sua: è quella di una sinistra che ha smarrito il popolo e non ha ancora trovato un nuovo modo per parlargli. Forse il suo errore più grande non è la linea, ma la solitudine stessa: credere di poter cambiare un partito da dentro senza costruire una comunità fuori.
E quando un partito smette di essere comunità, diventa solo un simbolo vuoto. Schlein lo guida, ma non lo possiede. E il Pd, senza una voce comune, rischia di diventare solo un eco del suo passato.
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