La Flotilla salpa: aiuti a Gaza o dirette Instagram dal ponte?
Pacifisti all’arrembaggio: più che una missione umanitaria sembra una crociera Costa con opzione “incidente diplomatico incluso nel prezzo”.
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La Freedom Flotilla torna a solcare i mari e, come ogni volta, porta con sé una scia di retorica, selfie, proclami e inevitabili polemiche. Non bastava il mare agitato: qui le onde sono soprattutto politiche. L’armata Brancaleone dei mari — perché di questo si tratta — si presenta con un equipaggio degno di un casting di Netflix: Ada Colau nel ruolo dell’ex sindaca ribelle, Greta Thunberg nel ruolo di Greta Thunberg, il nipote di Mandela nel ruolo del nipote di Mandela, e un manipolo di parlamentari italiani dell’opposizione, sempre pronti a gridare “diritti umani” con la stessa passione con cui altri gridano “al barista un altro caffè”.
Sul ponte sventolano bandiere, ma non tutte: quella bianca, per ora, resta piegata in cambusa. D’altronde la missione è stata dichiarata “pacifica”, ma con obiettivo tutt’altro che innocuo: forzare un blocco navale militare in piena zona di guerra. È come dire “io non voglio litigare” mentre contemporaneamente ti siedi di traverso in tangenziale all’ora di punta. E se qualcuno ti suona, sei vittima del sistema.
Un fotoreporter, Niccolò Celesti, ha già mollato tutto e gettato la macchina fotografica: non per salvarsi dalle onde, ma dalla logica. “Non voglio rischiare la vita” ha detto, e per una volta non gli si può dare torto. Crosetto e Mattarella avevano già chiarito: il rischio esiste, meglio trattare per vie diplomatiche. Lui ha ascoltato. Altri, meno. Perché? Perché l’idea di diventare martiri a favore di telecamera ha un suo fascino. Soprattutto se sai che comunque dietro di te c’è la Marina Militare italiana pronta a coprirti le spalle — ma senza troppo entusiasmo, ché non è che possiamo difendere pacifisti con dirette Instagram e stories geolocalizzate.
La verità è che la Flotilla, più che puntare a portare viveri, punta a portare titoli di giornale. I viveri — pochi, logisticamente irrilevanti rispetto alle necessità di Gaza — sono lo strumento, non il fine. Il fine è politico: creare l’incidente, costringere Israele a intervenire, farsi respingere, gridare al sopruso, e tornare a casa da vittime. Il copione è noto, e infatti già lo conoscono tutti: il finale sarà probabilmente un rimpatrio rapido, con conferenza stampa a Fiumicino e dichiarazioni solenni sul “dovere morale”.
Il parallelo con le manifestazioni è inevitabile. Forzare un blocco navale è come forzare un cordone di polizia. Tu puoi anche dire “lo faccio pacificamente”, ma l’atto resta violento, e la reazione è prevedibile. Eppure nella narrazione simpatetica di certa sinistra, la colpa sarà sempre di chi difende il blocco, non di chi lo rompe. È la solita logica dei due pesi e due misure: se sei dalla parte del “Bene”, ti è concesso tutto. Anche provocare una crisi internazionale.
E infatti gli attivisti si muovono con la sicurezza di chi sa di avere alle spalle la copertura politica: parlamentari italiani, il clamore mediatico, la diplomazia che non può permettersi figuracce. Una protezione che rischia di trasformare l’audacia in incoscienza. Nel 2010 finì male: nove attivisti morti. Oggi forse no, perché Israele ha imparato la lezione, e probabilmente si limiterà a fermare le navi, scortarle altrove e spedire tutti a casa con il timbro sul passaporto. Ma anche in questo scenario, gli attivisti avranno vinto: perché avranno ottenuto ciò che volevano, cioè far parlare di loro.
Il governo italiano, dal canto suo, si è mosso pragmaticamente: tutela militare in acque internazionali, ma senza farsi trascinare nel gioco dell’incidente programmato. E a chi protesta “eh ma così non difendete i pacifisti!”, resta da rispondere: cosa avremmo dovuto fare, mandarli avanti scortati dai nostri marinai come se fosse una gita di classe? A un certo punto anche la prudenza deve avere la meglio.
Gli attivisti lo sanno bene. E forse è proprio per questo che continuano: perché hanno capito che non rischiano fino in fondo, che alla fine qualcuno li tirerà fuori dai guai, che comunque il clamore resta e la causa si alimenta di simboli. Non cercano davvero di “salvare Gaza”, cercano di mettere Israele all’angolo, di mostrarlo come il cattivo del film. È la stessa logica di Carlo Pisacane e della sua spedizione di Sapri: pochi, avventati, consapevoli di rischiare tutto, ma convinti che il gesto, seppur fallimentare, entrerà nella storia.
Solo che Pisacane aveva trecento compagni e un sogno rivoluzionario. Qui abbiamo Greta Thunberg, Ada Colau, qualche deputato in cerca di visibilità e un hashtag. Più che “eran giovani e forti”, il motto sembra “eran confusi e connessi”.
Vedremo come andrà a finire. Ma una cosa è già certa: la Flotilla, nel bene e nel male, ha già raggiunto il suo obiettivo. Non portare cibo a Gaza, ma far parlare di sé. E in questo, missione compiuta.
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