Al tredicesimo round. Senza l’Europa
Aiutare il più debole significa prolungare il conflitto o impedirne la resa totale? L’Europa, divisa tra dipendenza dagli Stati Uniti e ambizione di neutralità, resta spettatrice e arbitro mancato della partita più drammatica del continente.
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Il conflitto in Ucraina somiglia sempre più a un incontro di boxe senza gong finale. Sul ring c’è un pugile più forte, la Russia di Putin, e uno più debole, l’Ucraina, che riesce a resistere solo grazie al sostegno degli alleati. In questa metafora, i “secondi” sono i Paesi occidentali: quelli che rimettono in piedi l’atleta ferito, lo sostengono con nuove forniture di armi e addestramento, nella speranza di un colpo fortunato o, più realisticamente, di una tregua dignitosa.
Ma qui sta il dilemma: prolungare la resistenza significa moltiplicare i morti, devastare città e campagne, logorare l’Europa stessa. Dall’altra parte, smettere di aiutare significherebbe certificare la resa e accettare che la forza bruta possa riscrivere i confini, premiando l’aggressione e rendendo il continente più insicuro.
C’è chi evoca una “soluzione coreana”: il conflitto congelato, una linea di demarcazione armata, un armistizio eterno senza pace. Forse è lo scenario più realistico, ma non è detto che sia quello che Kiev può o vuole accettare, né che Mosca lo consideri conveniente.
Resta la grande assente: l’Europa. Divisa tra i Paesi baltici che chiedono fermezza e altri governi che inseguono neutralità o calcoli economici, il Vecchio Continente non ha ancora trovato una voce sola. Dipende dagli Stati Uniti per la difesa e subisce i costi della guerra più di chiunque altro.
Il tredicesimo round non è ancora arrivato, e non sappiamo se ci sarà un colpo risolutivo o solo l’ennesimo clinch. Ma una cosa è certa: se l’Europa continuerà a stare in angolo, saranno altri a decidere quando e come l’incontro finirà.
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