Trump, pacere da salotto
Il Presidente Americano pensava di sciogliere la guerra con una telefonata a Orban: il risultato è un veto inchiodato e un Cremlino che sghignazza. Putin non tratta, ringhia e agita lo scudo nucleare: vuole la resa, non il dialogo.
Altro che arte della negoziazione: qui la pace non è un contratto da firmare a colpi di ego. È sangue, potere e minacce. E Trump lo scopre tardi, davanti a un’Europa smarrita e a un’Ucraina lasciata in bilico.
Donald Trump pensava che bastasse il suo carisma da negoziatore per sciogliere il nodo ucraino. Ha chiamato Viktor Orban, l’amico filorusso, sperando di convincerlo a togliere il veto sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Un’illusione da apprendista stregone: Budapest non si muove, anzi rilancia la disponibilità a ospitare colloqui che sanno più di passerella che di diplomazia.
Intanto, da Mosca arrivano solo schiaffi. Lavrov ammonisce che “non c’è sicurezza senza la Russia”, Medvedev minaccia seccamente che “non accetteremo truppe Nato sul terreno” e Putin, con un ringhio, brandisce lo scudo nucleare come se fosse un avvertimento personale al mondo libero. Altro che apertura al dialogo: qui si prepara la resa incondizionata di Kiev, non una trattativa equa.
Trump si trova così spiazzato, a metà tra l’ingenuità di chi crede di poter negoziare con un autocrate e il cinismo di chi usa la guerra come moneta di scambio politica. Il risultato? L’Europa resta paralizzata, gli Stati Uniti appaiono oscillanti, e Zelensky viene accompagnato nei vertici occidentali come un ospite scomodo più che come un alleato da difendere.
La verità è amara: la pace non si compra con telefonate né con illusioni da tavolo ovale. E tanto meno si conquista accettando i diktat di un Cremlino che vuole tutto, senza concedere nulla.
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