Anno XIII - Numero 154 - Chiuso in redazione: Giovedi 10 Agosto 2017 alle ore 16:00 archivio storico

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L'Intervento
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L'avvocatura meridionale e il contesto socio-economico

di Paolo Rosa - Avvocato

L'avvocatura meridionale e il contesto socio-economico

La popolazione degli iscritti alla Cassa al 31/12/2016, ha quasi raggiunto le 240.000 unità, ma l’incontrollato aumento del numero degli avvocati iscritti agli Albi Forensi è fenomeno che sembra ormai appartenere al passato, come si può evincere anche dal numero delle cancellazioni dalla Cassa a seguito di cancellazione o sospensione volontaria dall’Albo (4.488 nel 2016).

Iscritti alla Cassa al 31 dicembre 2016. La popolazione degli iscritti alla Cassa al 31/12/2016, ha quasi raggiunto le 240.000 unità, ma l’incontrollato aumento del numero degli avvocati iscritti agli Albi Forensi è fenomeno che sembra ormai appartenere al passato, come si può evincere anche dal numero delle cancellazioni dalla Cassa a seguito di cancellazione o sospensione volontaria dall’Albo (4.488 nel 2016). Il tasso medio annuo di crescita degli avvocati italiani dell’ultimo quadriennio mostra valori estremamente contenuti e comunque inferiori al 2%, molto diversi dai livelli dell’8-10% registrati nei primi anni 2000. Il grosso afflusso di giovani nuovi professionisti osservato negli ultimi venti anni ha prodotto un aumento dell’incidenza di avvocati sulla popolazione italiana: si è passati da circa 1,5 avvocati ogni mille abitanti del 1995 a 4 avvocati ogni mille abitanti nel 2016 (con un rallentamento nell’ultimo quinquennio). Così come si evince dal grafico di seguito riportato. 

La media di 4 avvocati ogni 1.000 abitanti è piuttosto alta rispetto agli altri paesi Ue, ma la distribuzione del dato a livello regionale evidenzia l’esistenza di realtà molto differenti.

Come mostra il grafico sopra riportato, il “numero di avvocati ogni 1.000 abitanti” vede punte del 6,8 per la Calabria, 5,9 per la Campania e 5,6 per il Lazio a fronte dell’1,4 per la Valle d’Aosta, dell’1,7 per il Trentino Alto Adige e al 2,1 per il Friuli Venezia Giulia. Presumibilmente il fortissimo incremento numerico della popolazione degli iscritti che si è osservato per effetto della legge n. 247/2012, si attenuerà nei prossimi anni con tassi di crescita sempre di minore entità fino a determinare per la categoria degli avvocati una situazione quasi stazionaria, in cui il numero dei nuovi ingressi va a sostituire il numero delle uscite (per decesso, cancellazione ecc..), con tassi di crescita minimi, come da ipotesi demografica sottostante, all’ultimo bilancio tecnico al 31/12/2014. È pacifico che la stragrande maggioranza degli avvocati si trova nel Centro – Sud. Molti avvocati del Centro – Sud emigrano al Nord mentre è rarissimo il contrario. Questo dipende dalla situazione socio – economica dell’Italia. La sofferenza, in termini reddituali, oggi è prevalentemente al Centro – Sud. Si possono inventare tutte le soluzioni previdenziali che si vogliono, ma se non si affrontano le deficienze strutturali del Centro - Sud, la differenza tra Nord e Centro – Sud resterà sempre uguale, anzi è destinata a peggiorare. Può essere interessante al momento approfondire come il reddito degli avvocati sia variato non solo nel suo valore medio ma anche in relazione alle caratteristiche demografiche del dichiarante ovvero alla dislocazione territoriale in cui si svolge l’attività professionale. (tutti i dati e le tabelle sono presi direttamente dal bilancio consuntivo di Cassa Forense – pagg. 8, 9 e 12). Giovanni D’Alessio del Dipartimento di Economia e Statistica della Banca d’Italia nel luglio 2017 ha pubblicato il Papers n. 385 dal titolo “Benessere, contesto socio economico e differenze di prezzo: il divario tra Nord e Sud”. Qui ripropongo la tavola 5 e le conclusioni: I risultati ottenuti mostrano che il benessere percepito dai residenti del Centro-Nord è più elevato di quello dei residenti nel Mezzogiorno a parità di reddito nominale e di altre caratteristiche sociodemografiche della famiglia. Questo risultato, apparentemente incompatibile con un più basso livello dei prezzi nel Mezzogiorno, è dovuto alla presenza di altri fattori (non inclusi nei modelli che considerano solo gli aspetti monetari) che agiscono in senso opposto. Ulteriori stime mostrano infatti che la condizione di svantaggio delle famiglie meridionali che va oltre la parte spiegata dal reddito può essere in primo luogo attribuita al divario che si osserva in termini di salute; i residenti nel Mezzogiorno presentano infatti – a parità di reddito ed di altre condizioni – una salute peggiore di quella dei residenti nel Nord. È possibile che questo derivi dalla minore disponibilità o qualità di servizi pubblici erogati sul territorio (Cannari e D’Alessio, 2016).  Il divario nei livelli di benessere che si riscontra tra le aree è influenzato però anche da altri fattori che descrivono il contesto socio-economico, ovvero dai livelli di disoccupazione, di criminalità, alla qualità dei servizi sanitari e per l’infanzia e alle condizioni di accesso verso nodi urbani e logistici. Ne consegue che o vengono rimossi i divari in termini di livelli di disoccupazione, di criminalità, di qualità dei servizi sanitari e per l’infanzia e le condizioni di accesso verso nodi urbani e logistici, o ogni riforma previdenziale sarà solo un pannicello caldo che non sarà in grado di risolvere il divario tra Avvocatura del Nord e Avvocatura del Sud. L’analisi trova esatta conferma nell’audizione del Presidente dell’istat alla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale del 26.07.2017 “Disuguaglianze, distribuzione della ricchezza e delle risorse finanziarie” del quale riporto integralmente i capitoli 2 e 3.

2. Formazione del reddito nelle regioni italiane. Le stime preliminari indicano che nel 2016 il Prodotto interno lordo, a valori concatenati, ha registrato un aumento in linea con quello nazionale nel Mezzogiorno (+0,9%), lievemente inferiore nel Centro (+0,7%) e nel Nord-ovest (+0,8%) e superiore alla media nazionale nel Nord-est (+1,2%). In termini di Pil pro capite – misura che sintetizza la capacità di ciascun territorio di produrre reddito per unità di popolazione – i dati disponibili sui conti delle regioni italiane, relativi al 2015, indicano per le regioni del Nord-ovest un valore quasi doppio rispetto a quello delle regioni del Mezzogiorno (33,4 mila euro contro 17,8 mila). I differenziali risultano ancora più ampi se si prendono in esame le singole regioni, sebbene la linea di divisione tra il Meridione e le restanti aree del Centro-nord costituisca comunque il fattore distintivo più importante. Dal punto di vista della classificazione statistica, la regione con il Pil pro capite più elevato è la Provincia di Bolzano/Bozen, oltre i 40 mila euro (41,1 mila euro), valore pari a oltre una volta e mezza (52,1%) la media nazionale di 27 mila euro per abitante. Segue la Lombardia, con quasi 36 mila euro (35,9 mila euro). Le regioni del Centro presentano un Pil per abitante piuttosto differenziato, con valori compresi tra un massimo di 31 mila euro (14,5% in più del livello italiano) per il Lazio e un minimo di circa 24 mila euro (23,7 mila euro) per l’Umbria; quest’ultima ha un differenziale negativo di circa il 12 per cento rispetto al valore nazionale. Il Pil per abitante nella ripartizione del Mezzogiorno risulta inferiore di circa un terzo (34,2%) rispetto a quello medio italiano, con differenziali negativi rilevabili in tutte le regioni meridionali, con ampiezza variabile: se l’Abruzzo (24,2 mila euro) esprime un gap ridotto rispetto al resto del Paese, per le altre regioni il livello è compreso tra i 19,5 mila euro della Basilicata e i 16 mila della Calabria. È in Calabria che si rileva la situazione più sfavorevole, caratterizzata da un differenziale negativo di circa il 39% rispetto alla media nazionale. In termini di evoluzione di medio periodo l’ampiezza dei differenziali regionali è mutata di poco, mostrando una leggera tendenza ad ampliarsi tra aree più ricche e Meridione. Una misura sintetica dell’evoluzione è fornita dal confronto dei differenziali tra ripartizioni misurati nel 2015 e nel 2011, prima della profonda crisi del biennio 2012/2013, quando il Pil per abitante del Nord-ovest era superiore del 23,1% rispetto a quello nazionale (+23,6% nel 2015), mentre nelle regioni meridionali era inferiore del 33,8% (-34,2% nel 2015). Le differenze estremamente ampie che si osservano dal punto di vista del reddito prodotto sono in parte ridotte, in termini di reddito disponibile, dai meccanismi di redistribuzione determinati dall’intervento pubblico. Nell’ambito dei conti territoriali, l’Istat elabora le stime del reddito disponibile delle famiglie, che permettono di isolare la componente redistributiva, calcolata come l’effetto netto di imposte e contributi sociali (a carico delle famiglie), prestazioni sociali ricevute e trasferimenti netti. I differenziali misurati sul reddito disponibile (per abitante) sono, come atteso, significativamente inferiori a quelli che si osservano considerando il Pil. Nel 2015, a fronte di un reddito disponibile pro capite pari a quasi 18 mila euro (17,7 mila euro) per l’Italia, si osserva un livello di circa 21 mila euro (21,1 mila euro) nel Nord-ovest (con un differenziale positivo del 18,7% rispetto alla media), contro un valore di 13,2 mila euro nelle regioni del Mezzogiorno (-25,7% rispetto al totale nazionale). Anche in questo caso, la Provincia di Bolzano/Bozen e la Lombardia registrano livelli del reddito disponibile superiore, rispettivamente, di circa il 33% e il 22% nel confronto con la media italiana. Nel caso delle regioni con il più basso livello di reddito disponibile –appartenenti al Mezzogiorno – il gap rispetto alla media nazionale è pari al 10,4% per l’Abruzzo, al 31% per la Calabria e al 29% per la Campania. All’interno delle stime regionali del reddito disponibile è possibile individuare la componente che sintetizza le operazioni di redistribuzione (detta “distribuzione secondaria”), espressa in termini di valori pro-capite. I valori di tale componente nel 2015 presentano una distribuzione regionale molto simile, anche se non del tutto analoga a quella del Pil o del reddito disponibile. L’apporto per abitante più basso si registra per la Lombardia, con un effetto molto vicino allo zero. Per le restanti regioni del Nord, si osservano valori decisamente differenziati: per la Provincia di Bolzano-Bozen e il Veneto un effetto netto dell’ordine di 500 euro, per Friuli e Liguria, un apporto di circa 1700 euro (pari, rispettivamente all’8,8% e 8,2% del relativo reddito medio disponibile). Notevoli differenze emergono anche nell’Italia centrale, con il Lazio a quota 900 euro e l’Umbria a 2 mila euro. Infine, tra le regioni del Mezzogiorno si registrano i valori più elevati dell’effetto della distribuzione secondaria, con circa 2 mila e 400 euro per la Sardegna, circa 2 mila e 200 per la Calabria e, per la Campania, mille e 500 euro.

3. Le diseguaglianze economiche nel territorio. L’Indagine europea sui redditi e le condizioni di vita (Eu-Silc) permette di tracciare un quadro delle principali differenze a livello regionale in termini di disuguaglianza dei redditi. Un primo indicatore che misura in maniera sintetica la distanza fra i redditi è il rapporto fra il reddito totale percepito dal 20 per cento più ricco della popolazione e quello del 20 per cento più povero (S80/S20), che, nel 2015, è stato pari in Italia a quasi 6 (5,8). Le regioni dove si registrano le differenze più elevate sono la Sicilia, dove il quinto più ricco ha un reddito superiore di oltre otto volte rispetto a quello più povero (8,3) e, anche se con un divario minore, il Lazio, dove il rapporto è pari a 6,5 volte; per le stesse regioni, rispetto al 2008, si registra anche il maggiore incremento di tale indicatore (rispettivamente +2,6 e +1,5). Nello stesso arco di tempo, anche se in misura meno accentuata, cresce la distanza fra i redditi più elevati e quelli più bassi in Sardegna, Puglia e Lombardia (tutte con aumenti prossimi all’unità).

Un’ulteriore misura di disuguaglianza, che tiene conto della posizione relativa di tutti gli individui collocati nella distribuzione dei redditi, è fornita dall’indice di Gini. Anche sulla base di questo indicatore la Sicilia (con un valore dell’indice di 0,364) e il Lazio (0,334) si confermano nel 2015 come le regioni con il più elevato livello di disuguaglianza complessiva, seguite dalla Sardegna (0,330). Considerandole variazioni dell’indice negli anni 2008-2015,si rileva una generale riduzione della disuguaglianza dei redditi all’interno delle regioni, con segnali di aumento solo in Sicilia, Umbria e Lombardia. L’analisi delle diseguaglianze reddituali può essere declinata anche attraverso una misura che dà conto della distanza dal reddito medio di un gruppo sociale di riferimento (in questo caso l’intera popolazione residente). In particolare, in Italia, nel 2015,circa un residente su cinque (19,9%)è a rischio di povertà, vive cioè in famiglie che nel 2014 avevano un reddito equivalente inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Il rischio di povertà è cresciuto di poco durante gli anni della crisi, un indizio del fatto che il periodo di involuzione economica potrebbe aver colpito in modo uniforme ricchi e poveri. Ampliando l’analisi con elementi non strettamente monetari che caratterizzano gli standard di vita della popolazione, è utile l’andamento dell’indicatore sintetico di rischio di povertà ed esclusione sociale, che, oltre a difficoltà reddituali delle famiglie, tiene conto anche della bassa intensità lavorativa (famiglie con componenti in età lavorativa tra i 18 e i 59 anni che lavorano meno di un quinto del tempo) e della deprivazione materiale, ossia dell’impossibilità di sostenere gran parte delle spese per determinati beni e servizi. L’indicatore mostra come l’essere residenti al Mezzogiorno esponga a un rischio maggiore lungo tutte le dimensioni della vulnerabilità: in Sicilia più della metà della popolazione (55,4%) vive in famiglie a rischio di povertà o esclusione, e in Puglia e Campania si supera il 45 per cento (rispettivamente 47,8 e 46,1%). Viceversa, valori più contenuti ,intorno al 15 per cento ,si rilevano nella Provincia autonoma di Bolzano (13,7%), in Friuli-Venezia Giulia(14,5%) ed Emilia-Romagna (15,4%). Nell’arco temporale dal 2008 al 2015, in un quadro nazionale che ha visto il valore dell’indicatore passare dal 25,5 per cento al 28,7,un peggioramento significativo, ovvero una più ampia diffusione di fenomeni di disagio, si è manifestato in Umbria e Puglia, dove l’indicatore è aumentato di oltre 10 punti percentuali (rispettivamente +10,7e +10,6 pp), e nella Provincia autonoma di Trento e in Sicilia, dove l’incremento è stato di 7 punti percentuali (rispettivamente +7,5 pp e +7,2pp). In particolare, il dato dell’Umbria è conseguenza delle difficoltà economiche iniziate nell’anno 2008, che hanno colpito diversi settori produttivi strategici dell’area. Prima di passare all’analisi delle risorse, ritengo utile richiamare brevemente alcuni dati che l’Istat ha pubblicato di recente, sulla stima della povertà assoluta, ovvero sul numero di famiglie e individui i cui consumi non superano la soglia di povertà, data dal valore monetario del paniere di beni e servizi considerati essenziali e definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza. Nel 2016, erano circa 1 milione e 600 mila le famiglie in povertà assoluta, pari al 6,3%del totale delle famiglie italiane. In queste famiglie ci sono oltre 4 milioni e 700 mila individui, il 7,9%per cento della popolazione. La distribuzione degli individui poveri non è omogenea sul territorio: poco più di 2 milioni vivono nel Mezzogiorno (43,0%) e circa 1 milione e 800 mila vivono al Nord (38,6%). Le restanti 870 mila persone risiedono invece nelle regioni del Centro (18,4%). Tra il 2008 e il 2016, il numero di poveri è aumentato in tutte le ripartizioni, ma l’aumento più consistente si è registrato nelle regioni del Centro Italia, dove il numero di poveri è quasi triplicato (da 316 mila a 871 mila individui, pari ad un aumento dell’incidenza da 2,8 a 7,3%) e nelle regioni del Nord, dove è cresciuto di 2 volte e mezzo (da 724 mila a 1 milione e 832 mila individui, pari ad un aumento dell’incidenza da 2,7 a 6,7%). Il numero degli individui poveri nelle regioni del Mezzogiorno, pur raddoppiando, è cresciuto relativamente meno rispetto alle altre ripartizioni (da 1 milione e 73 mila individui a 2 milioni e 38 mila, con un aumento dell’incidenza da 5,2 a 9,8%). In questi giorni è stato anticipato il rapporto Svimez che contiene un passaggio significativo che ripropongo: L’occupazione al Sud al centro della ripartenza, ma il divario strutturale rispetto ai livelli pre-crisi e non solo, è ancora troppo ampio. Il miglioramento è importante perché mostra che il problema non è irrisolvibile.   L'intervento sul lavoro, combinato di Jobs Act e decontribuzione, pur avendo fatto registrare segnali positivi al Sud, non è riuscito a modificare struttura e qualità del mercato del lavoro. Resta il problema (italiano) dei giovani e, a una seria analisi costi-benefici, non si può non considerare esplosione del part time involontario (né scelta individuale, né strategia di redistribuzione orario: ma segno della debolezza della domanda). La strutturale carenza di occasioni di lavoro, specialmente qualificato, con conseguenze sociali e demografiche: depauperamento del capitale umano, migrazioni e denatalità. Serve una politica di sviluppo per creare lavoro di qualità ma, tanto più a fronte dei dati, bene la misura organica e universale di contrasto alla povertà (REI va rafforzato con maggiori risorse). Combattere povertà e disuguaglianze è un'esigenza non più solo di giustizia, ma anche di una maggiore efficienza economica: il rilancio della domanda interna per riavviare uno sviluppo durevole e socialmente sostenibile (Roma, 28 luglio 2017 Anticipazioni del Rapporto Svimez 2017 sull’economia del Mezzogiorno).

 


Data: Lunedi 07 Agosto 2017


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