Anno XIX - Numero 10 - Chiuso in redazione: Venerdi 19 Gennaio 2018 alle ore 16:00 archivio storico

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L'Intervento
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L'elezione del Comitato dei Delegati in Cassa Forense e l'astensionismo

di Paolo Rosa - Avvocato

L'elezione del Comitato dei Delegati in Cassa Forense e l'astensionismo
Entro il 15 marzo 2018 il Presidente di Cassa Forense dovrà indire le elezioni per il rinnovo del Comitato dei Delegati fissando le operazioni di voto per tutti i circondari da completarsi entro il 15 ottobre 2018 in 5 giorni consecutivi tra lunedì e venerdì, indicando l’orario di chiusura delle votazioni alle ore 13.00. Il Comitato dei Delegati è eletto a suffragio diretto sulla base di liste concorrenti. Hanno diritto di elettorato attivo gli iscritti alla Cassa Forense e almeno a un albo o registro al giorno precedente quello di indizione delle elezioni. Hanno diritto di elettorato passivo gli avvocati iscritti alla Cassa Forense e a un albo da almeno 5 anni con i seguenti requisiti di onorabilità e professionalità:

a) alla data di scadenza per la presentazione delle candidature siano iscritti ininterrottamente alla Cassa Forense e a un albo da almeno 5 anni;

b) alla presentazione della candidatura abbiano inviato le comunicazioni obbligatorie e siano in regola con i pagamenti dei contributi dovuti ed esigibili da Cassa Forense;

c) non abbiano ricevuto richieste di pagamenti di interessi e di sanzioni, alle quali non abbiano ottemperato nei termini e con le modalità indicate dalla Cassa Forense;

d) non siano stati condannati con decreto penale o sentenza irrevocabili, anche se emessa ai sensi dell’art. 444 c.p.p., alla pena della reclusione per delitto non colposo, pur se sostituita con altra sanzione;

e) non siano sottoposti a misure cautelari, di sicurezza e/o prevenzione;

f) non abbiano subito sanzioni disciplinari definitive più gravi dell’avvertimento, con esclusione della censura inflitta definitivamente da almeno cinque anni anteriori a quello della data di indizione delle elezioni del Comitato dei Delegati;

g) non si trovino in stato di interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese.

Astensionismo…

Nelle precedenti tornate elettorali l’affluenza al voto è stata intorno al 10% il che significa che su circa 240.000 avvocati aventi diritto al voto, sono andati a votare 24.000 colleghi. Ne deriva che l’astensionismo è un dato reale molto consistente ed è inspiegabile trattandosi di elezioni per i Delegati della propria Cassa di previdenza e assistenza. Sul fenomeno dell’astensionismo il Corriere della Sera ha condotto recentemente un’approfondita analisi di Stella Pulpo, che qui ripropongo nei suoi dati essenziali: «Dopo i grillini, i neoberlusconiani, gli elettori di sinistra, gli alfaniani e i leghisti, con questo ritratto multiplo si chiude la nostra analisi. Chi sono i non-elettori? Hanno motivazioni diverse, ma sono accomunati da una convinzione: la politica è ormai una cosa distante, irritante e incomprensibile. Non ha sedi. Non ha loghi. Non ha leader. Non ha profili social. Non scende mai in piazza. Non manda una letterina a casa degli italiani a Natale. Non ha un programma e non ha neppure un manifesto, dico uno, affisso in giro. Non ha nulla e non fa nulla, ciononostante è il primo partito, quello con la più alta percentuale di giovani tra le sue schiere, in costante crescita, in Italia e in tutte le democrazie occidentali: il Partito dell’Astensione. Ma chi sono gli astenuti? E quali sono le ragioni, se ragioni ci sono, alla base della scelta di rinunciare all’esercizio del proprio diritto (e dovere) di voto? Proviamo a scoprirlo. La prima cosa da chiarire, per procedere, è che qualsiasi tentativo di liquidare il fenomeno dell’astensionismo come una cosa brutta che fanno persone brutte, è sbagliato. Il Partito dell’Astensione include al suo interno un universo composito di disaffezione, delusione, rabbia, alienazione, apatia, ignoranza, opinione e persino ideologia, ebbene sì (che cosa vintage, l’ideologia!). Nelle sue frange si incontrano i non-elettori più disparati, con astensionismi di matrice diversa (emotiva, in certi casi; culturale, in altri), accomunati tutti da un unico elemento: la convinzione che la politica sia (ormai) una cosa distante. Distante materialmente, distante idealmente, distante umanamente». Giovanna Baer nel suo “Astensionismo tra disaffezione e riscatto sociale” scrive: Per tentare di analizzare l’astensione elettorale, bisogna, come si sarà intuito, considerare che il fenomeno del non-voto racchiude al suo interno forme del tutto diverse fra loro. Sebbene le classificazioni possano avere gradi maggiori o minori di specificità, riteniamo sia utile distinguere almeno quattro gruppi distinti: un astensionismo fisiologico-demografico, che si realizza quando il non recarsi a votare è determinato da cause fisiche (malattie invalidanti, ospedalizzazione), catastrofi naturali, oppure da un minor numero di iscritti nelle liste elettorali dovuto alla diminuzione della natalità o all’invecchiamento degli aventi diritto al voto (e questa è una forma ‘naturale’ di astensione, che prescinde dalla volontà dei soggetti di recarsi alle urne); un astensionismo tecnico-elettorale, che si realizza quando le modalità del voto sono così complicate da scoraggiarne l’esercizio o per una scarsa efficienza nel recapito dei certificati elettorali (anche in questi casi i cittadini hanno poche responsabilità); un astensionismo apatico, tipico di coloro che non si interessano alla politica e che pertanto non votano mai; un astensionismo che abbiamo deciso di chiamare da bipolarismo, che raggruppa chi non trova più un organismo politico che ne rappresenti le istanze dopo la dissoluzione dei partiti tradizionali nelle macro-compagini attuali; e infine un astensionismo di protesta, di chi sceglie di non votare come ritorsione contro la mala gestione della cosa pubblica o per sfiducia verso il ruolo della politica. Dato che in genere i numeri dell’astensionismo fisiologico, di quello tecnico e di quello apatico sono piuttosto stabili, sono le ultime due forme quelle che determinano la crescita esponenziale del fenomeno. Quando il non-voto rispecchia una non-azione, il che avviene quando ha alle spalle indifferenza e disinteresse come nel caso dell’astensionismo apatico, è possibile inquadrarlo nello schema esplicativo più utilizzato per analizzare la partecipazione politica, quello che fa riferimento alla dimensione centro-periferia, per la quale la partecipazione politica di un individuo dipende soprattutto dalla sua posizione sociale, ed è tanto maggiore quanto più questa posizione si trova prossima al centro della società. Alla centralità sociale concorrono tutta una serie di fattori: innanzitutto l’età, il genere, la condizione occupazionale (sono più centrali gli adulti che lavorano degli anziani, dei giovani e delle casalinghe); poi lo status socio-economico (più centrali le classi superiori di quelle inferiori); il livello culturale (più centrali i più istruiti); l’esposizione alla comunicazione politica; l’integrazione nella comunità locale e nell’istituzione familiare (più centrali i residenti da tempo nel comune e i coniugati); e infine le componenti geografiche (più centrali gli abitanti delle grandi città e del centro-nord). In questo schema le classi socialmente centrali partecipano di più, e quando per un qualunque motivo diminuisce l’effetto di mobilitazione proveniente dal sistema politico, le prime categorie sociali a non partecipare sono quelle più periferiche (per esempio le donne anziane, i giovani disoccupati, i residenti nei comuni minori del sud, e così via). Quando invece il fenomeno dell’astensione non è la conseguenza di un estraniamento sociale, ma è un comportamento consapevole che esprime la distanza tra sé e la politica così come si esprime in un dato momento storico (astensionismo da bipolarismo e di protesta), esso non è più inquadrabile in termini di centro-periferia, ma necessita di nuove dimensioni interpretative (anche se presumibilmente coinvolgerà i gruppi più capaci di innovazione, per esempio i maschi adulti occupati dei capoluoghi del centro-nord o gli intellettuali). Come scriveva Piero Gobetti nell’articolo La nostra fede (1919): “Guardate la vita politica da un punto di vista di onestà illimitata: ne provate disgusto; e il disgusto degenera in astensionismo, scherno, indifferenza per i supremi interessi”. Bisogna ricordare tuttavia che l’astensione attiva esprime sì distacco dalla vita politica, ma non necessariamente da quella pubblica. Politico e pubblico si somigliano ma non sono la stessa cosa, perché l’impegno civile, ossia il contributo che l’individuo dà alla società, non si esaurisce nel recarsi periodicamente alle urne (e Gobetti ne è un ottimo esempio)». Per contro gli avvocati, soprattutto sui temi previdenziali, sono molto impegnati sui social, dove minacciano sfracelli di ogni genere anche se il contenzioso avviato contro il regolamento ex art. 21 della legge n. 247/2012 è stato episodico e non certo massiccio! Consistente, invece, il mancato versamento dei contributi che in CF aumenta con progressione quasi geometrica! Vediamo se alla prossima tornata elettorale, che si avvicina, passeranno dalle parole ai fatti abbandonando, per un momento, la tastiera per approntare liste e frequentare poi i seggi elettorali.

Lamentarsi poi non avrebbe più alcun senso perché il treno passa una volta ogni 4 anni!! Una cosa è ormai certa: per rendere la previdenza forense inclusiva e non esclusiva c’è bisogno di un management lungimirante e previdenzialmente preparato.


Data: Lunedi 15 Gennaio 2018


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