Anno XIX - Numero 134 - Chiuso in redazione: Giovedi 19 Luglio 2018 alle ore 16:00 archivio storico

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Lo Stato condanna gli usurai. E poi chiede le tasse alla loro vittima

Lo Stato condanna gli usurai. E poi chiede le tasse alla loro vittima
Giovanni si presenta così ma questo è il nome che ha preso quando ha iniziato la seconda vita. Era un imprenditore, adesso fa il camionista ed è obbligato a vivere da fantasma. Ha cambiato città, amici e abitudini. Vive lontano dalla sua Brescia ma ancora non è libero. Inseguito dalle minacce degli usurai e dal terrore che gli hanno lasciato in eredità le bombe e le fiamme. Più che l’ordinaria storia di un imprenditore perseguitato dagli strozzini, questa è la paradossale vicenda di una vittima che si è rivolta allo Stato sperando nella sua protezione. Ma a casa di Giovanni quello stesso Stato si è presentato con due facce diverse. Prima quella rassicurante dei carabinieri e poi quella dell’Agenzia delle Entrate, che pretende di incassare le tasse per le somme che l’imprenditore di Brescia ha prelevato dai suoi conti e versato nelle mani degli strozzini. «Non solo - racconta lui - mi hanno inflitto multe per 6 milioni. Io non ho avuto redditi reali, i soldi che sono passati nei miei conti erano degli usurai. In 5 anni ho versato 3 milioni di euro, ne ho ricevuto un quarto ma non potevo liberarmi dal ricatto».

Il pasticcio

Gli strozzini di Giovanni sono stati processati e il paradosso di questa storia si scopre leggendo proprio gli atti dell’indagine penale, conclusa con una condanna a 6 anni per la banda. Confrontandoli con le carte del procedimento avviato dall’Agenzia delle Entrate si scopre che molte delle cifre coincidono. Dopo anni di minacce e attentati ora il commerciante finisce sotto processo. E c’è pure un particolare che sembra assurdo: «La richiesta di tassare persino una fattura falsa emessa sotto il ricatto degli usurai per coprire lo scambio di denaro - racconta l’avvocato Giorgio Prandelli, che difende l’imprenditore - Di quella fattura parla con chiarezza la sentenza penale, ma per l’Agenzia delle entrate questo non vale». Sul caso la direzione provinciale di Brescia ha preparato un dossier di 25 pagine, ma la spiegazione non si sofferma sui dettagli: «Non basta essere stati vittime di usura per non presentare la denuncia dei redditi. Le cifre da noi riscontrate sono più alte di quelle di cui si parla nel processo penale. La situazione dell’imprenditore e delle sue aziende non ci risulta essere così chiara».

Le inchieste

L’inchiesta sui rapporti tra Giovanni e gli usurai bombaroli è l’esito di un’indagine dei carabinieri. I militari ricostruiscono anche quello che l’imprenditore di Brescia, come tutte le vittime, non ha il coraggio di raccontare. Nonostante le reticenze, gli investigatori riescono a mettere in collegamento ogni prelievo di denaro con gli sms e le telefonate degli usurai. Con un dettaglio aggiuntivo: ogni volta che le richieste non vengono onorate partono gli atti intimidatori. Le contestazioni dell’Agenzia delle Entrate, invece, si basano su un accertamento della Guardia di finanza che sfrutta una norma approvata studiate per prevenire il commercio in nero. Il presupposto è questo: tutto il denaro che esce dal conto bancario di quello che si accusa di evasione si può considerare in automatico un reddito imponibile. Altre indagini non sono necessarie e così è avvenuto per l’imprenditore bresciano che si era appena liberato dai cravattari. Ma nel suo caso - dice il giudice del Tribunale di Bergamo - il giro di denaro era tutto legato ai prestiti e alle richieste degli strozzini. «È vero che per due anni, nel 2010 e nel 2011, non è stata presentata la denuncia dei redditi ma il giudice spiega che i rapporti con gli usurai sono iniziati nel 2008 - aggiunge l’avvocato - Come è possibile che l’Agenzia delle entrate ignori quello che è emerso in un processo penale?».

L’incubo

Il caso ora finisce di nuovo davanti a un giudice. Lo stesso che ha già convocato i funzionari dell’Agenzia delle Entrate per spiegare come mai abbiamo avviato un procedimento sulle cifre versate agli usurai. «La mia disavventura inizia nel 2010 - racconta Giovanni - Un cliente storico acquista da me una grossa fornitura di mobili ma va in fallimento e non paga. La mia azienda si ritrova in ginocchio. E sono costretto a rivolgermi al credito clandestino». Interessi altissimi, oltre 10 per cento alla settimana. «Lascio il commercio di mobili e passo a quello dei metalli. Ma non posso lavorare perché le richieste degli usurai sono continue. Per assecondarle sono costretto a comprare tutto in nero e rivendere a prezzi stracciati. La catena diventa infinita. E inizia la stagione delle minacce e delle bombe. Dopo il processo speravo di ricominciare a vivere e lavorare, sarei stato disposto a pagare le sanzioni per la denuncia dei redditi non presentata. Invece, hanno fatto finta che tutto quello che ho subito non sia mai successo».

Fonte. La Stampa


Data: Venerdi 08 Giugno 2018


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