Anno XIII - Numero 180 - Chiuso in redazione: Lunedi 16 Ottobre 2017 alle ore 16:00 archivio storico

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PROFESSIONI COMPATTE SULL'EQUO COMPENSO IN PIAZZA A ROMA IL 30 NOVEMBRE
Il Cup e Rpt fanno quadrato intorno alla necessità di avere una previsione legislativa che tuteli il lavoro degli iscritti agli albi

di Luigi Berliri

PROFESSIONI COMPATTE SULL'EQUO COMPENSO IN PIAZZA A ROMA IL 30 NOVEMBRE

“L’equo compenso per i professionisti non ha nulla a che vedere con la reintroduzione delle tariffe minime obbligatorie e pertanto non c’è alcun motivo per fermare l’iter legislativo avviato in Parlamento per colmare il vuoto creatosi a partire con le liberalizzazioni del 2006”. Il Comitato Unitario delle Professioni e la Rete delle Professioni Tecniche fanno quadrato intorno alle presunte criticità evidenziate dal Dipartimento delle politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri. La nota del Dipartimento ritiene che il disegno di legge sull’equo compenso, su cui si sta concretizzando un’ampia convergenza politica, punti ad una surrettizia reintroduzione di tariffe minime obbligatorie, con conseguente necessità di previa notifica alla Commissione della proposta. “L’obbligo di comunicazione alla Commissione di misure del genere”, fanno sapere il Cup, presieduto da Marina Calderone, e la Rete presieduta da Armando Zambrano, “è previsto dalla Direttiva Bolkestein all’art. 15, co. 7 e i casi che richiedono la notifica sono indicati tassativamente; tra essi quello appunto delle “tariffe obbligatorie minime e/o massime che il prestatore deve rispettare (art. 15, par. 2, lett. g)”. Chiarito ciò, vale la pena ricordare che ad oggi la giurisprudenza europea non ha mai sancito l’incompatibilità con il diritto europeo primario e/o derivato da fonti interne che stabilissero tariffe vincolanti, purché siano appunto determinate dallo Stato e applicate dal giudice come accadeva in Italia fino al 2006 (Corte giustizia UE, caso Arduino, 2001), e siano adottate, in coerenza con il principio di proporzionalità, alla luce di motivi imperativi di interesse generale, quali la protezione dei consumatori e/o la corretta amministrazione della giustizia (Corte giustizia UE caso Cipolla Macrino, 2006). Tornando al disegno di legge all’esame del Parlamento, questo non prevede affatto tariffe minime obbligatorie ma, molto più semplicemente, una presunzione giuridica (quindi superabile) per cui i compensi inferiori a quelli fissati dai parametri ministeriali sono appunto iniqui. I parametri ministeriali sono, infatti, fonti statali e non atti delle professioni regolamentate, per cui è escluso che possano essere qualificati come intese restrittive della concorrenza. I parametri sono in ogni caso uno strumento diversissimo per ratio, struttura e cogenza (del tutto assente) dallo strumento tariffario, in Italia abrogato definitivamente dal Governo Monti con il Decreto legge Cresci Italia (n. 1/2012). Ne consegue che non sussiste affatto l’obbligo di previa notifica alla Commissione delle misure contenute nel ddl sull’equo compenso. Cup e Rete annunciano la volontà di andare fino in fondo in quella che definiscono una “battaglia di civiltà giuridica”. Intanto perché è l’art. 36 della Costituzione ad affermare che ‘il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa’. E poi perché dopo l’ultima sentenza del Consiglio di Stato (n. 4614/2017), che legittima di fatto gli enti pubblici a promuovere bandi senza compenso per il professionista e con la sola previsione del rimborso spese, c’è il rischio che per lavorare con una pubblica amministrazione lo si debba fare necessariamente in modo gratuito, nonostante vengano garantite prestazioni professionali di qualità. È una condizione questa che toglie sicurezza, particolarmente ai giovani, rendendoli economicamente fragili. “Il ddl sull’equo compenso può e deve evitare questa deriva”, concludono Marina Calderone e Armando Zambrano, “per rispettare soprattutto la dignità del lavoro degli iscritti agli albi, che oggi contano su 2,3 milioni di soggetti”. Anche i Notai sostengono la battaglia sull’equo compenso. "Non abbiamo chiesto noi l'equo compenso per le prestazioni dei liberi professionisti, però – sottolinea il presidente del Consiglio nazionale del Notariato Salvatore Lombardo, in chiusura del congresso nazionale della categoria, a Palermo -  sosteniamo la battaglia. Speriamo che vada in porto. Temo, però, non ci siano i tempi", affinché il testo possa essere varato, in questa Legislatura, osserva. "Già l'approvazione al Senato (del testo del presidente della Commissione Lavoro di palazzo Madama, Maurizio Sacconi, che propone l'impiego dei parametri giudiziari per determinare le soglie di remunerazione, ndr) sarebbe un buon segnale", conclude il numero uno dei notai italiani. L'appuntamento per i Consigli nazionali aderenti al Cup e alla Rete, nonché per le rappresentanze territoriali, è fissato per il 30 novembre a Roma, dove è stata organizzata una grande manifestazione a sostegno della dignità dei Professionisti Italiani.  "Il confronto tra Commissione Lavoro del Senato e governo sull’equo compenso – rileva il Presidente della XI Commissione permanente (Lavoro, previdenza sociale), Maurizio Sacconi - deve svolgersi nel segno della trasparenza. Ipotizzare attraverso la nota della segreteria tecnica di un sottosegretario che occorre un negoziato con la Commissione europea è un modo ipocrita per cercare di fermare il provvedimento". Per quanto concerne l'equo compenso e la nota della segreteria tecnica di un sottosegretario che ha affermato che occorra un negoziato con la Commissione europea, Sacconi puntualizza: "l’ipotesi parlamentare non reintroduce il sistema tariffario, peraltro tuttora presente in Germania perché compatibile con il diritto europeo, ma si limita a ribadire i vigenti criteri ministeriali ad uso del giudice chiamato a risolvere un contenzioso, definendo una presunzione di nullità, salvo prova contraria, delle clausole contrattuali che non li rispettano. Mai la Commissione Europea ha contestato questi criteri perché non poteva farlo. Così come mi auguro che il Mef non ipotizzi oneri aggiuntivi per le amministrazioni pubbliche partendo dal presupposto della possibile gratuita delle prestazioni professionali. Sarebbe infatti un presupposto in contrasto con quei criteri e con l’art. 36 della Costituzione. Se il Governo è contrario all’equo compenso lo deve dire al Parlamento in modo esplicito nonostante abbia recentemente approvato un ddl in materia per i soli avvocati. La tesi mercatista, secondo la quale il mercato deve essere privo di regole per esprimere tutta la sua energia benefica, confligge con la constatazione della rincorsa al ribasso della remunerazione e della qualità delle prestazioni. In ogni modo, la Commissione Lavoro presto voterà sugli emendamenti o sulle proposte sospensive e ciascun gruppo parlamentare dovrà esprimersi rendendo evidenti tutte le volontà politiche. Compresa quella del Governo".

 


Data: Lunedi 16 Ottobre 2017


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