Anno XIX - Numero 35 - Chiuso in redazione: Venerdi 23 Febbraio 2018 alle ore 16:00 archivio storico

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Il dovere di una corretta informazione e il divieto di accaparramento di clientela
Piefernando Panetta (Responsabile nazionale deontologia Aiga)

Il dovere di una corretta informazione e il divieto di accaparramento di clientela
Il 25 gennaio 2018 ha segnato la vita di tanti uomini e donne: morire (o rischiare di morire) mentre si è diretti a lavoro, a scuola o altrove è difficile da poter accettare. La superficialità di alcuni che ha colpito la vita e le sorti di tanti ignari passeggeri, ha ferito anche la dignità dell’avvocatura, laddove l’uso esasperato dei social si è rivelato uno strumento più adatto a dare sfogo all’egoismo umano che a favorire il sentimento d’umanità. L’infelice uscita mediatica di uno studio veneto deve essere solo un pretesto, anzi un’occasione, per affrontare una vicenda grave che descrive un fenomeno tutt’altro che sconosciuto alla professione forense. Quella dei c.d. “cacciatori di ambulanze” (definizione utilizzata dal Consiglio dell’Ordine della Florida ed efficacemente richiamata a pag. 254-255 del “il Nuovo codice deontologico Forense/Il Commentario” di Remo Danovi/Giuffrè editore) è un’ignobile pratica che affligge la nostra professione da sempre: è sconcertante – per la sua ovvia prevedibilità – scoprire che tale pratica (illecita) ha trovato, nell’attuale struttura di comunicazione sociale, un strumento di rapida e capillare diffusione. Il “cacciatore” non insegue più (o non solo) le vittime in ospedale, ma le intercetta sui social: distribuire bigliettini da visita in una corsia d’ospedale, non è una pratica distante dal pubblicare un “post” sui social rivolto alle vittime di un qualsiasi evento mediatico. Il comma 4°dell’art. 37 (divieto di accaparramento della clientela) vieta all’avvocato, perché contrario al decoro e alla dignità della professione, di offrire prestazioni al domicilio degli utenti, nei luoghi di lavoro e di riposo o di svago e, in generale, in luoghi pubblici o aperti al pubblico: la realtà racconta che i social network sono un luogo (virtuale) aperto al pubblico, nel quale, è decisamente più arduo, rispetto a quelli fisici, vigilare e reprimere le condotte illecite. Agli avvocati, il comma 5° della stessa norma, vieta l’offerta professionale - non richiesta - rivolta a persona determinata (o indeterminata) per uno specifico affare: l’avvocato non deve “rincorrere” mandati professionali né “disturbare” la collettività con prestazioni professionali personalizzate non richieste. È sottile, perciò, la linea che demarca il confine tra l’accaparramento della clientela e la corretta informazione pubblicitaria: la relazione illustrativa al nuovo codice deontologico parla di “diretta saldatura”.  L’avv. Remo Danovi ci ha consegnato un’efficace definizione per distinguere l’una dall’altra ipotesi: “Mentre la pubblicità ha un ambito più generale (è una manifestazione esteriorizzata e pubblica delle proprie qualità personali, del proprio studio professionale e della propria attività) e tocca principalmente il dovere di riservatezza e ha un fine indiretto che è l’acquisizione di clientela, l’accaparramento, invece, ha un ambito più particolare perché colpisce manifestazioni esterne (non necessariamente pubblicizzate) e offende principalmente la dignità e il decoro e ha il fine immediato e diretto di acquisire clientela” (vedi pag. 253 del “il Nuovo codice deontologico Forense/Il Commentario” di Remo Danovi/Giuffrè editore). L’art. 17 del nuovo codice deontologico - nel riprendere l’art. 10 della legge professionale (L. 247/2012)- accoglie il principio della libertà di informazione, al dire il vero, già riconosciuto dal precedente codice deontico del ’97: la libertà di informazione (quindi anche quella pubblicitaria) è espressione della libera manifestazione del pensiero (art. 2 Cost.), della libera iniziativa economica (art. 41 cost.), è strumento di tutela della libera concorrenza, e si atteggia come forma di manifestazione della libertà di espressione riconosciuta dall’art. 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo. Allora è corretto permettere all’avvocato di fornire informazioni sulla propria attività professionale, a garanzia dell’affidamento della collettività (art. 17) e con forme e con modalità di diffusione che rispettino il decoro e la dignità professionale (art. 35). L’art. 35 (dovere di corretta informazione) del nuovo codice deontologico forense consente all’avvocato di dare informazioni sulla propria attività professionale: la norma impone il rispetto di doveri (verità, correttezza, trasparenza e riservatezza) e prescrive in modo analitico i divieti (informazioni comparative, non equivoche, ingannevoli, denigratorie, suggestive o celebrative di attività o di funzioni non inerenti l’attività professionale) in ragione della particolare funzione sociale svolta dall’avvocato. Nei confronti, pertanto, di un uso distorto di tale principio di libertà deve levarsi unanime la convinta reazione dell’avvocatura, specie di quella giovane. I giovani professionisti attingono e quotidianamente si nutrono delle informazioni provenienti dall’infinita galassia del web, di cui sono protagonisti indiscussi: tante delle distorsioni della nostra professione si consumano sul web.  Non è consentito - ad esempio - il c.d. livre d’or: uno spazio sui siti web (e si deve ritenere anche sulle pagine dei social - cfr. Parere CNF 27 aprile 2011, n. 49), aperto ai messaggi dei visitatori, destinato ad accogliere apprezzamenti, elogi o suggerimenti relativi all’operato dell’avvocato e inserito tra le iniziative <> perseguibili per violazione del principio di correttezza (cfr. Rass. forense avv. it. 1999, 1, 53, citato a pag. 246 nota 11, su il “Nuovo codice deontologico Forense/Il Commentario” di Remo Danovi/Giuffrè editore). Nel caso che purtroppo ha spopolato sui social, questa volta, la frenetica ambizione di arrivare primi, di intercettare la vena aurifera, di fiutare la preda, si è scontrata, per fortuna, con la condanna unanime della collettività e con l’indignazione di una intera categoria professionale. L’avvocatura ha il dovere di riconquistare la fiducia della collettività e di ristabilire, nel sentire comune, il ruolo sociale svolto dall’avvocato: uno strumento per perseguire tale indefettibile obiettivo è quello di conoscere le regole deontiche e di pretenderne, in modo serio e convinto, il rispetto.

Data: Lunedi 12 Febbraio 2018


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