Anno XIX - Numero 182 - Chiuso in redazione: Venerdi 19 Ottobre 2018 alle ore 16:00 archivio storico

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L'Intervento
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L'ascensore sociale dell'avvocatura si è fermato a Catania

di Paolo Rosa - Avvocato

L'ascensore sociale dell'avvocatura si è fermato a Catania
Ho seguito, per come era possibile, i lavori del XXXIV Congresso Nazionale Forense su streaming. Direi che l’Avvocatura si è distinta per selfie, con o senza elefantino, e per una restaurazione d’altri tempi.  I temi del giorno, demografia, contrazione dei redditi, differenziazione tra pochi grandi ricchi e moltissimi poveri, sperequazione tra uomini e donne e tra nord e sud, hanno ceduto il passo alla modifica dell’art. 111 della Costituzione così da prevedere la libertà d’autonomia per l’avvocato nel rispetto delle norme deontologiche forensi e la necessità della difesa tecnica. Sulla “monocommittenza”, che era all’ordine del giorno e che i dati di Cassa Forense dicono interessare circa 30mila colleghi, è stata preferita una soluzione che definisce una rete di garanzie minime, che oggi non c’è, senza cambiare la natura libero professionale dell’attività svolta ed escludendo qualsiasi rapporto di lavoro subordinato. Tanto rumore per nulla, si potrebbe dire, demandando, ancora una volta, alla Magistratura la soluzione al problema che è un problema reale e che andava invece affrontato e risolto nell’ambito della nostra autonomia. Per il resto, poco o nulla se non tante e roboanti affermazioni di principio che lasciano irrisolti i temi oscurati, non ultimo quello previdenziale. Del resto la mozione Malinconico, intorno alla quale ruotava il Congresso Nazionale Forense, ha avuto 417 sì ma 158 no e 28 astenuti. Se pensiamo che a votare i delegati congressuali c’è andato circa il 10% degli aventi diritto, ne consegue che il Consiglio Nazionale Forense rappresenta solo una fetta minoritaria dell’Avvocatura italiana. Del resto proprio le recenti indagini del Censis sull’Avvocatura italiana hanno certificato che le istanze e i bisogni professionali sono maggiormente rappresentati dal Consiglio dell’Ordine e dalle Associazioni Forensi e solo per il 5% da Cassa Forense e per il 24% dal Consiglio Nazionale Forense. Certamente le voci dissonanti dal coro vengono sistematicamente isolate. Riprova ne sia che Anf, dopo l’intervento del suo segretario generale, ha ritirato tutte le mozioni presentate con la seguente motivazione: «Gli avvocati, ci è stato ricordato ieri, non cercano il consenso e devono dire cose e prendere decisioni anche impopolari; se la mozione più importante del Congresso non è stata mai presentata, non ha raccolto le 30 fatidiche firme previste dallo Statuto, non sarà mai illustrata e non sarà mai votata, questo, allora, non è il Congresso al quale portare le nostre idee. Ritiriamo formalmente le mozioni che abbiamo presentato; le porteremo altrove direttamente e autonomamente presso la politica che vorrà ascoltarci. Perché, come ci è stato autorevolmente detto, tra noi non ci sono unti del Signore».

Data: Mercoledi 10 Ottobre 2018


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